Intervista a cura di Rosita Ferrato
Dopo quasi trent’anni di lavoro con gruppi ambientalisti focalizzati soprattutto sull’avifauna tunisina, nel 2007 Abdelmajid Dabbar ha fondato Tunisie Écologie, un’associazione no-profit impegnata a livello nazionale nella salvaguardia della natura e degli ecosistemi. Dabbar guida una ONG che mobilita volontari, esperti e cittadini per campagne di sensibilizzazione, progetti educativi, attività di pulizia ambientale e iniziative di advocacy per politiche sostenibili. Attualmente è considerato una delle voci più influenti nel dibattito pubblico tunisino sulla protezione ambientale, in particolare sul tema del braconnaggio, della pesca illegale e della conservazione degli habitat naturali.
Si presenti al pubblico italiano. Chi è Abdelmajid Dabbar?
Sono un attivista ecologista tunisino e il fondatore di Tunisie Écologie. Ho una formazione in economia internazionale e, da giovane, sognavo di diventare ambasciatore. Parlo diverse lingue – arabo, francese, tedesco e spagnolo – e ho sempre creduto che il dialogo tra i popoli fosse essenziale. Sono sposato con mia cugina, ed è un matrimonio felice. Vengo da una famiglia rurale: sono cresciuto in campagna, tra montoni, capre, ulivi e spazi aperti. Forse è là, che è nata la mia relazione profonda con la natura.
Come è diventato militante ecologista?
È successo quasi per caso, nel 1969. Passeggiavo in avenue Bourguiba, a Tunisi, vicino all’Hotel Africa, quando vidi un’insegna: “Associazione degli amici degli uccelli”. All’epoca ero un cacciatore, come molti nella mia famiglia. Per curiosità entrai. Presi la parola due volte durante l’incontro. Alla fine mi dissero: “Sembri conoscere bene gli uccelli e gli animali”. Risposi di sì. Con tre dinari diventai membro dell’associazione. Organizzavano attività meravigliose: studi sulle cicogne, censimenti, osservazioni sul campo. Andavamo a contare gli uccelli, a capire quando arrivavano, quando migravano, dove nidificavano. Dopo quattro anni sono diventato tesoriere, poi segretario. Nel frattempo, continuavo a formarmi in informatica e analisi dei sistemi, ho seguito corsi universitari anche in Francia, alla Sorbona. Ma soprattutto continuavo a uscire ogni settimana sul terreno: montagne, deserto, zone umide. Mostravamo alla gente l’importanza della fauna. Ogni due o tre mesi si prendeva un bus, si andava nelle montagne, nel deserto, per dimostrare alla gente la loro importanza. Insegnavamo come arrivassero dall’Africa, passando per Cap Bon, il canale di Sicilia e poi ripassano attraverso l’Europa per riprodursi, e poi tornare. Ho spiegato ai bambini la migrazione e tutto il ciclo vitale, è stato appassionante.
C’è stato un momento che l’ha fatta “convertire” dall’essere cacciatore a difensore degli animali?
Sì. Un giorno, osservai uno stormo di gru cenerine che volavano in formazione a V. Notai un esemplare con una zampa penzolante: ferito, probabilmente da un cacciatore. Era chiaro che non avrebbe potuto completare la migrazione. Lo stormo si fermò, come per salutarlo, emettendo un grande grido. Era un momento di una tristezza enorme. Ho pensato: “Questa creatura magnifica è stata rovinata dalla stupidità umana”. Da quel giorno ho smesso di cacciare. Mi sono trasformato da cacciatore a protettore.
Che risultati concreti ha ottenuto in Tunisia?
Negli ultimi vent’anni e più ho contribuito a modificare numerosi testi di legge per la protezione della fauna. Questo è un settore di cui si occupano almeno sei associazioni a difesa degli animali e altrettante a favore della caccia, ci sono svariati ministeri rappresentati. E comunque oggi, per esempio, la caccia è autorizzata solo nel fine settimana e non più tutti i giorni. Specie come la tortora e la tortorella – che migrano dal Senegal e dal Sudan – venivano abbattute appena arrivate, prima ancora di riprodursi. Ora esistono periodi di protezione che consentono la nidificazione. Non è un mondo perfetto, ma sono passi avanti.
Lei ha anche denunciato la caccia illegale praticata da ricchi stranieri.
Sì. Per anni, emiri e principi del Golfo venivano in Tunisia a cacciare illegalmente nel deserto. Una volta sono rimasto una settimana nel Sahara con un giornalista svizzero e un operatore: li abbiamo filmati. Nessuna TV tunisina o francese ha voluto trasmettere il documentario. Una televisione tedesca, sì. Dopo la messa in onda sono stato arrestato alle quattro del mattino, su pressione diplomatica: l’ambasciatore saudita aveva telefonato al ministro degli Affari Esteri che, a sua volta, aveva chiamato il ministro dell’Interno. Mia moglie contattò Greenpeace Spagna: arrivarono centinaia di lettere di protesta e fui rilasciato. In seguito, ho denunciato anche bracconieri provenienti dal Qatar: agivano a sud, dove Algeria e Tunisia si incontrano. Ho preso una guida, una jeep dalle parti di Tataouine e sono andato a cercarli. Marzouki, il presidente di allora, mi ha fatto di nuovo arrestare. Diversi bracconieri di origine del Golfo, li ho portati in aula di giustizia. Oggi sono persona non grata in Qatar e in Arabia Saudita. Ne vado fiero.
Si occupa anche di traffico di animali nei mercati.
Ogni domenica, al souk di Moncef Bey a Tunisi, si vendono illegalmente uccelli, tartarughe, camaleonti, rapaci. Io vado con la polizia forestale e facciamo sequestri. Non compro gli animali per liberarli: così, si alimenta il traffico. Li sottraggo e basta. Molti, anche tra gli agenti di polizia, mi dicono: “Lasciali stare, sono poveri”. Ma la povertà non giustifica la distruzione della natura.
Ha rischiato la vita anche denunciando la pesca illegale…
Nel 2016 mi sono infiltrato su una barca di pescatori di frodo al largo di Sfax. Qualcuno li avvisò che ero una spia. Mi buttarono in mare a 17 chilometri dalla costa, in pieno Ramadan. Persi macchina fotografica, documenti, telefono. Dopo un’ora tornarono indietro e mi recuperarono, poi mi lasciarono a 500 metri dal porto. Riuscii a nuotare fino a riva. Quando sono riuscito a raggiungere terra non avevo più niente; ho cercato qualcuno della famiglia alla stazione dei taxi, ho trovato mio cugino, gli ho chiesto dei soldi per comprarmi dei sandali e dei vestiti asciutti. Ho poi cercato quella barca, ho trovato l’uomo che aveva telefonato e, alla fine, ho ottenuto giustizia. Comunque non ho paura. Se muoio per una causa giusta, va bene così.
L’ecologia è diventata “di moda”. È un bene?
In parte sì, ma molte associazioni esistono solo per intercettare fondi e pagare ai propri dirigenti un salario. Quelle che lavorano davvero sono pochissime. I veri attivisti nel mondo sono pochi, forse qualche centinaio. Gente che rischia la vita.
Perché il Golfo di Tunisi è così importante dal punto di vista ecologico?
Perché stiamo aggredendo il Mediterraneo e il Golfo di Tunisi ne è una parte molto importante, molto ricca e molto diversificata. Ci hanno insegnato che la fauna è un indicatore per studiare l’ecologia e la ripartizione e il numero delle specie. Bene: c’è una corrente marina che viene dall’Atlantico, passa dallo stretto di Gibilterra, sale in Spagna, discende verso Orano in Algeria e poi continua verso le coste algerine, tunisine, e sfocia nel Golfo di Tunisi. Questa corrente si arricchisce di creature marine, che sono di due tipi: il fitoplancton, creature d’origine vegetale, e lo zooplancton, organismi microscopici di origine animale. Cosa fanno le acciughe e le sardine? Non depongono le uova in un posto qualunque, vengono nel golfo di Tunisi perché sanno che i loro piccoli avranno da mangiare. La prima settimana di giugno chi arriva, nel golfo? Un grande predatore, il tonno rosso. Il tonno rosso entra attraverso l’Atlantico, fa un giro nel Mediterraneo, mangia in abbondanza, poi esce. E quando i tonni diventano robusti, possono riprodursi e tornare nell’oceano. A giugno, passano da 24 a 32 giorni e, nel golfo di Tunisi, c’è quella che si chiama tonnara, la chiamiamo così anche in tunisino. Perché sono gli italiani che hanno scoperto questa tecnica, per cui i tonni entrano in una camera che si chiama mattanza, la camera della morte. Alla fine della fiera, i giapponesi non acquistano che il tonno pescato qui. Il ventre del tonno è ritenuto afrodisiaco: ogni tonno di 300 chili o più, se giudicato esportabile, si esporta a centinaia di dollari al chilo, soprattutto la ventresca. Questa è solo una delle storie che dimostrano l’importanza di preservare il golfo.
Ce ne sono altre?
Certo. C’è un altro uccello che arriva qui in Tunisia, all’Isola di Zambra, a 42 km dalla Goulette, da Cartagine. Sono 27.000 coppie di puffin cendrè (calonectris borealis), la berta minore. È un uccello che non si trova sulle coste e sulle spiagge, è sempre in mare alto, lo si trova per sei mesi sulle coste di fronte al Portogallo e fino alle coste mediterranee; vive nell’Atlantico in Portogallo e sei mesi dell’anno viene a Zambra. E non è che ci vada perché ci sono delle spiagge e bel tempo, ma per mangiare le sardine e le acciughe. 27.000 coppie sono 50.000 esemplari, ogni coppia depone un uovo: sono 27.000 bebè che devono essere nutriti per tre mesi. Se ogni uccello mangia 3 sardine al giorno, immaginate quante sardine sono inghiottite da questi uccelli. E quanto sia importante, insomma, tutelare la fauna marina per non spezzare la catena alimentare.
Eppure, ancora oggi, non solo il mare non è rispettato, ma anche molte spiagge sono inquinate.
Sì. Secondo i monitoraggi ufficiali del Ministero della Sanità, decine di spiagge tunisine non sono balneabili, e la maggior parte si trova nell’area della Grande Tunisi. Due fiumi, il Medjerda e l’Oued Melien, ricevono scarichi industriali e urbani e finiscono direttamente in mare. La Tunisia conta 12 milioni di abitanti; più del 60% della popolazione vive sulle coste e il Grand Tunis, Tunis Ariana Ben Arous e Manouba, sono circa due milioni e mezzo di abitanti. Ebbene: siamo sulla costa e non possiamo nuotare in mare. Il Ministero della Sanità, ogni anno, compie studi su coste e spiagge tunisine; nel 2025 hanno individuato 521 punti di prelievo ed è emerso che 28 spiagge sono non balneabili in tutto il Paese e, di queste, diciotto sono nel Grand Tunis. Nell’Oued Medjerda, che attraversa tutta la Tunisia, una volta la gente ci pescava, ci nuotava, era acqua pulitissima. Oggi, secondo il Ministero, ci sono 560 fonti di inquinamento che si buttano in questo fiume, spesso sono scarichi industriali. E queste acque si riversano nel Golfo di Tunisi. Poi c’è l’Oued Melien, zona sud: trasporta acque per pulire le fabbriche, rifiuti, prodotti tossici che vengono riversati nel fiume; ci sono delle stations d’épurement, depuratori che però sono talmente sommersi dalle acque che non hanno tempo di trattarle e di renderle pulite. È un comportamento criminale. Abbiamo voltato le spalle al nostro Mediterraneo.
Avete anche lanciato un progetto contro la plastica.
Sì: “La plastica in mare, la soluzione è a terra”. È un nostro slogan. Con studenti e volontari abbiamo percorso tutta la costa tunisina. Abbiamo individuato decine di comuni che scaricano rifiuti nei corsi d’acqua. A partire dalle frontiere libiche, abbiamo seguito tutte le coste tunisine: Djerba, Zarzis, Sfax, Gabes, Sahel, Golfo di Hammamet, Cap Bon Golfe de Tunis, fino a Tabarka e alle frontiere algerine. Si tratta di 352 municipalità di cui 83 sul Mediterraneo. Di queste, 17 sono inquinanti, gettano le immondizie nei corsi d’acqua, nelle zone umide; quando cade la pioggia, questa immondizia si riversa sulle sue spiagge. Durante le ultime inondazioni di gennaio 2026, sapete cosa si è trovato? Della plastica che datava 20 o 30 anni. Il mare ci ha appena dato una lezione: noi abbiamo abusato della sua pazienza, ha aspettato parecchio ma ci ha mostrato i danni che abbiamo creato, a lui e a noi stessi.
Perché tanti progetti nella scuola?
Con la nostra associazione abbiamo fatto più di cento conferenze, nelle università e nei licei, in cui parliamo di ecologia, di ambiente, di fauna e flora, del mare, delle isole; tra gli allievi, ci sono studenti che vedo attenti, che fanno domande. Ne prendo il nome e li invito, gratuitamente, alle uscite. Per esempio, nell’isola di Zambra si noleggia una barca, si può ottenere una autorizzazione per venti persone: ai giovani interessati paghiamo noi la quota per il noleggio. Lo facciamo perché mi sono detto: chi lo guiderà, prossimamente, questo Paese? Saranno proprio gli studenti di oggi. Coloro che provengono da una famiglia povera, per quanto possibile vengono aiutati, offriamo anche delle piccole borse di studio e dei pc. All’università, noto che l’80% dei nostri studenti sono ragazze. E dove sono i maschi? Dietro il calcio, il gioco delle carte, o impegnati nella migrazione verso l’Europa. Il ministero dell’Agricoltura, tramite la direzione generale della pesca, ha reclutato, 87 guardiapesca, di cui la maggior parte ragazze. Hanno fatto la formazione con la Marine Nationale, portano l’uniforme, possono fare multe o un processi verbali. Va tutto bene, ma i ragazzi dovrebbero essere più sensibilizzati sui nostri temi. Certo è che, dopo la Rivoluzione, tutto è cambiato: prima si rispettava chi portava un uniforme, ora è anche il ruolo della società civile parlare di questi argomenti, sensibilizzare la gente, fare rispettare le regole.
In questo momento avete un focus su qualche tematica specifica?
Tunisie Écologie parla sì di ecologia ma anche del mare, di nucleare… Nella nostra associazione abbiamo un comitato tecnico e scientifico formato da diciotto persone: sono professori universitari, scienziati. Tra questi, sei membri sono europei: francesi tedeschi, spagnoli, olandesi. Ogni volta che affrontiamo un argomento, consultiamo degli specialisti: per esempio, se lavoriamo sulla pesca consultiamo professori universitari, facciamo uscite sul terreno, osserviamo, andiamo a vedere i misfatti, domandiamo testimonianze. C’è chi pesca a distanza non regolare o in profondità non consentite, come a Gabes, in alcuni tratti dove vige il riposo biologico e non sempre è rispettato, anzi. Alcuni pescatori cancellano la loro immatricolazione, io li denuncio alla televisione, alla radio sui giornali, perché sono dei banditi. Ed è per questo che loro vorrebbero liberarsi di me. Ma io sono sereno e non temo la morte: ho vissuto bene, ho visitato 113 paesi, ho girato il mondo, Africa, Asia, l’Europa, mi resta solo l’America Latina.
Come si può sostenere Tunisie Écologie?
Iscrivendosi all’associazione, partecipando alle escursioni, diffondendo le nostre campagne. La natura non ha voce. Dobbiamo essere noi la sua voce.