A Carthage Dermech, in una cornice naturale tra mare e cielo, l’Espace d’Art Imagin si trova a pochi passi dal Mediterraneo. Prima ancora di oltrepassare la soglia della galleria, l’esposizione sembra già aver avuto inizio. Il Mediterraneo estende il suo orizzonte. Al di sopra, il cielo estivo dispiega la sua immensità. Il mare e il cielo offrono così la prima introduzione alla mostra: un dialogo di blu, una risonanza silenziosa tra l’acqua e la luce. Un blu che crediamo di conoscere perché lo vediamo ogni giorno, ma che tuttavia rimane inafferrabile. Poiché l’acqua del mare è trasparente. Il cielo stesso non è che un’immensa volta di luce. Vediamo il blu senza mai poterlo afferrare. È presenza e mistero allo stesso tempo. È precisamente in questo spazio tra il visibile e l’invisibile che Hella Louzir ci invita a entrare.
Dalla sua prima mostra, Il Blu di Hella, seguita da Un Cammino di Luce e Architetture di Luce, l’artista persegue una stessa ricerca: quella della luce, dell’energia e delle dimensioni invisibili che attraversano la nostra esistenza. Con Gli Echi del Blu, questa ricerca sembra raggiungere una nuova maturità. Il blu non è più solo un colore o un territorio interiore; diventa una risonanza, una vibrazione che continua a esistere ben oltre lo sguardo. La storia stessa del blu conferisce un eco particolare a questo percorso. Per molto tempo, questo colore è stato uno dei più preziosi nella storia dell’arte. Il celebre blu oltremare si otteneva dal lapislazzuli, una pietra semipreziosa importata dall’Afghanistan. Il suo costo era così elevato da essere spesso riservato alle rappresentazioni sacre o alle committenze reali. Associato al divino, all’infinito, alla trascendenza e alla saggezza, il blu porta con sé da secoli una carica simbolica che supera ampiamente il semplice colore. In Hella Louzir, questa memoria sembra riaffiorare naturalmente.
Architetta d’interni di formazione, specializzata in Feng Shui, Hella Louzir vive da molti anni in Bretagna con il marito e i figli. Eppure, le sue radici tunisine rimangono profondamente presenti nella sua opera. Durante la sua presentazione, l’artista è ritornata sulla sua infanzia a Tunisi, sulla sua precoce attrazione per il mistero, l’invisibile e il colore blu. Ha rievocato con emozione le notti trascorse sul tetto della casa dei nonni nella medina di Tunisi. Lì, da bambina, osservava le stelle, seguiva le nuvole nella loro danza mattutina e si meravigliava davanti ai mutamenti della luce. Curiosa di natura, trascorreva anche lunghe ore a osservare gli artigiani che lavoravano vicino all’attività di famiglia. I gesti pazienti, ripetitivi e precisi di quegli uomini la affascinavano. Dipingere, plasmare, costruire, lucidare: altrettanti movimenti che trasformavano la materia, ma che sembravano trasformare anche chi li compiva. Questi ricordi appaiono oggi come le discrete fondamenta del suo universo.
Più tardi, la Bretagna offrirà a questa ricerca un nuovo paesaggio. I boschi, le leggende, i sentieri di contemplazione e il rapporto con la natura andranno a nutrire un immaginario già rivolto verso l’invisibile. Quando l’artista scopre la pittura a spatola, qualcosa si risveglia. Una passione antica riaffiora con forza. Ciò che non poteva essere espresso a parole trova finalmente la sua forma nella materia, nel colore e nella luce. Perché nell’opera di Hella Louzir la pittura non è un esercizio di maestria tecnica o di rappresentazione fedele del reale. Rimane prima di tutto un’esperienza intuitiva. Un’avventura guidata dalla spontaneità, dallo stupore e da quel punto di vista fanciullesco che l’artista mantiene vivo in sé lungo tutto il suo processo creativo. Durante la sua presentazione, ha d’altronde insistito su questa idea essenziale: la necessità di mantenere vivo il nostro bambino interiore. Quell’essere curioso, libero e meravigliato che osa ancora interrogarsi sui misteri del mondo. Secondo l’artista, è attraverso questa innocenza che possiamo accedere a dimensioni più profonde dell’esistenza, percepire ciò che si nasconde dietro le apparenze e ricongiungerci con una forma di saggezza intuitiva. Questa ricerca si unisce anche a un’altra dimensione importante del suo lavoro: il risveglio dell’energia femminile divina. Un’energia fatta di ricettività, intuizione, sensibilità e connessione con il vivente, che attraversa numerose opere della mostra.
Nelle sale dell’Espace Imagin, il blu regna quasi ovunque. Ma non è mai uniforme. Bagliori d’oro, tocchi di bianco, sfumature di rosa, di verde o di giallo emergono talvolta dalla materia come rivelazioni luminose. Questi colori sembrano scaturire dal blu stesso, come se fossero rimasti custoditi nel suo grembo da sempre. Il blu diventa allora una frontiera sottile. Una linea fragile tra l’ombra e la luce, tra il monocromo e il molteplice, tra il sogno e la realtà, tra il visibile e l’invisibile. Tra le numerose opere presentate, alcune continuano a risuonare ben oltre la visita. Myriam è una di queste. Una figura femminile blu, ornata di motivi dorati simili a gioielli sacri, si svela progressivamente allo sguardo. Il testo che la accompagna evoca una donna misteriosa e saggia, portatrice di una potente intuizione. «Lei è il ponte tra il mare e le stelle». Questa frase sembra riassumere da sola gran parte dell’universo di Hella Louzir. La figura femminile diventa qui mediatrice tra mondi diversi, tra la terra e il cielo, tra la materia e la luce.
Un’altra opera di rilievo, Les 7 Notes (Le 7 Note), presenta sette barche bianche che galleggiano su una distesa infinita di blu. Ognuna sembra seguire la propria traiettoria pur partecipando a uno stesso viaggio. Le imbarcazioni diventano allora metafore delle nostre esistenze: diverse nelle loro storie, ma unite in una medesima avventura umana. L’opera emana una profonda sensazione di serenità e di unità. Ma è senza dubbio Brocéliande a rimanere la più enigmatica. A prima vista, il quadro sembra rappresentare un paesaggio ispirato alla celebre foresta bretone. Un ponte dorato attraversa la parte superiore della composizione, mentre cascate di blu, bianco, oro e viola sembrano riversarsi al di sotto di esso. Eppure, man mano che lo sguardo si sofferma, appare un’altra immagine. Il paesaggio diventa ritratto. Il ponte si trasforma in corona. I fogliami verdi diventano una capigliatura selvaggia. Le colate di colore evocano al contempo una cascata, un velo e un abito da sposa. Una silhouette discreta sembra emergere per poi scomparire nel cuore della materia.
Come in molte opere dell’artista, nulla è imposto. Tutto è suggerito. Lo sguardo è invitato a completare l’immagine. A vedere oltre il visibile. Questa libertà d’interpretazione è al cuore stesso del percorso dell’artista. I suoi quadri non cercano di trasmettere un messaggio unico. Aprono spazi di contemplazione dove ciascuno può proiettare la propria sensibilità, i propri ricordi e i propri interrogativi. Questa esperienza è rafforzata dalla presenza della musica. Le percussioni di Habib Samadi e il qanoun di Jamel Abid accompagnano la visita come un respiro. Le sonorità orientali, mediterranee e spirituali sembrano scendere dolcemente dalla balconata per avvolgere i visitatori. La musica, i testi, i dipinti e gli scambi con l’artista compongono insieme un’esperienza immersiva dove i confini tra le discipline svaniscono. Non si entra semplicemente in una mostra. Si entra in un mondo.
Ciò che colpisce è anche la coerenza profonda che unisce le diverse dimensioni del percorso di Hella Louzir. Il suo lavoro di architetto d’interni, la sua specializzazione in Feng Shui, il suo interesse per la spiritualità, la sua attrazione per l’alchimia e la sua pratica pittorica sembrano rispondere a una medesima ricerca. Organizzare uno spazio secondo i flussi d’energia. Costruire una tela come si tira su un’architettura. Creare luoghi capaci di accogliere l’anima. Persino la spatola evoca talvolta lo strumento di un costruttore. Gli strati di materia si innalzano come mura di luce. I colori diventano spazi. Le vibrazioni diventano fondamenta invisibili.
Attraverso questo percorso, Hella Louzir rimane fedele a se stessa e alla sua visione del mondo. Una visione in cui tutto è interconnesso da un’architettura sacra dell’universo, un’armonia profonda che unisce gli esseri umani, la natura, gli elementi e le culture. Come ama ricordare lei stessa: «La magia è l’anima che agisce». Lasciando la galleria, il mare è ancora lì. Anche il cielo. Eppure, qualcosa è cambiato. Il blu sembra ormai carico di una presenza nuova. Come un ricordo antico che risale in superficie. Come una voce discreta che continua a risuonare a lungo dopo essere stata ascoltata. Forse è proprio questo, in fondo, l’eco del blu. L‘invito a ritrovare in noi quel bambino capace di meravigliarsi, di interrogare il mistero e di contemplare il mondo con innocenza. Perché dietro il visibile dimora sempre un altro paesaggio. Ed è forse proprio lì che comincia l’arte.
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