Baladia wanted: Teycir Ben Naser racconta tre anni di democrazia locale

Il documentario Baladia Wanted di Taycir Ben Nacer racconta tre anni di democrazia locale nei nuovi municipi eletti nel 2018. Il tema è il decentramento. Che con la nuova Costituzione di Saied rischia di essere spazzato via
4 minuti

Il 7 luglio 2022 è stato presentato all’Institut Français di Tunisi il documentario Baladia wanted (baladiya, comune, viene dall’arabo balad, contrada, villaggio, città, comunità di appartenenza) che racconta tre anni di democrazia locale nei nuovi municipi eletti nel 2018 per la prima volta nella storia della Tunisia. Così sintetizzano l’esperienza i due presentatori del documentario. Amaro Yassin Turki, urbanista, docente e consulente ministeriale: “Abbiamo lavorato dieci anni sul decentramento e adesso tutto potrebbe scomparire …” Più ottimista Hind Ben Othman, presidente dell’Associazione Tunisina degli Urbanisti (ATU) e ricercatrice presso l’Institut de Recherches sur le Maghreb Contemporain (IRMC): “Il punto positivo, di cui non si parla abbastanza, è l’attuazione del principio di partecipazione diretta degli abitanti alle decisioni. A questo la gente si è abituata e non vorrà rinunciare”. La regista invece, Teycir Ben Naser, esperta non lo è: “Mi hanno scelto per questo” dice. Si definisce giornalista “positiva” o “di soluzione”, è collaboratrice di Nawaat, al suo attivo un altro cortometraggio, La Révolution est là. Una figura in sintonia con il punto di vista dei diretti interessati, gli abitanti dei comuni. L’abbiamo intervistata.

Sei arrivata in Tunisia all’indomani della rivoluzione, nel 2012. Come mai questa scelta?

Sono nata in Francia da genitori tunisini. Mia madre è di Monastir, mio padre di Bir Ali Ben Khalifa, un piccolo centro a sessanta chilometri da Sfax: due contesti diversissimi, una città costiera turistica, culla del bourguibismo, e una regione agricola dell’interno, i cui contadini si sono ribellati a Bourguiba. Nel 2011 avevo venticinque anni e avevo appena terminato gli studi. Ho pensato che per una giornalista non c’era migliore terreno di esplorazione che quello di un Paese che stava vivendo tanti cambiamenti. Ed era anche un buon modo per meglio conoscere il mio Paese di origine”

Oggi, dopo dieci anni, come vedi il Paese?

Ha il fiato corto, gli manca l’ ossigeno. Subito dopo la rivoluzione c’era l’entusiasmo che ci permetteva di tener botta malgrado le difficoltà. Poi, piano piano si è parlato sempre più di difficoltà, di stallo. Da due o tre anni non riesco più a trovare iniziative davvero interessanti. E poi c’è la sensazione che il Paese si stia svuotando: quelli che possono partono – soprattutto quelli che ci credevano, che erano venuti per restare”.

Una scena del documentario

E tu?

Io sono sempre qui! Adesso ho una fattoria a La Manouba a 17 chilometri da Tunisi. Nel 2014 abbiamo comprato un terreno, mio marito ed io, poi abbiamo costruito una casa, finalmente nel 2020 ci siamo installati. I nostri quattro bambini, tra i due e i dodici anni, sono nati qui. Abbiamo rimesso radici in Tunisia. Eppure anche mio marito, come me, è nato in Francia. Lui addirittura è di terza generazione, sono partiti i suoi nonni. Siamo degli emigrati di ritorno. Per l’aid quando i Tunisini vengono qui, noi torniamo in Francia”.

Come hai costruito questo documentario?

Sono stata contattata da Yassin Turki, coautore della sceneggiatura. Mi ha detto che sul decentramento sono stati scritti articoli che solo gli specialisti leggono. Il documentario è un tentativo di farne un argomento di dibattito, non in chiave di “sensibilizzazione” o di difesa, ma raccontando luci e ombre del processo. A me interessava anzitutto capire come esso viene percepito dagli abitanti. Ho chiesto di potermi recare dapprima da sola nei tre centri che Yassin mi ha proposto, per parlare con la gente. Sono andata senza la squadra dei tecnici, solo con un collaboratore di Yassin. Abbiamo incontrato associazioni, abitanti, impiegati municipali, eletti. Solo dopo abbiamo steso la sceneggiatura e iniziato le riprese.

I tre comuni raccontati nel documentario hanno caratteristiche e problematiche diverse. C’è un piccolo borgo del sud, Boughara, roccaforte del partito Ennahdha, dove la municipalità è stata appena creata. Ci ha permesso di discutere dell’utilità dei nuovi comuni, su cui non tutti erano d’accordo. Si trattava quindi di vedere se hanno davvero portato beneficio agli abitanti. Inoltre a Boughara il sindaco è una giovane donna: come è riuscita ad imporsi nel contesto patriarcale delle campagne del sud? Poi c’è El Krib, paesino del Nord-Ovest, il cui sindaco, Si Lotfi, è un ex sindacalista eletto con una lista indipendente. E’ stato scelto per vedere se la non appartenenza ad un partito aiuta o meno la realizzazione di progetti locali. Il terzo comune, Nabeul, è un’importante città costiera e turistica nella zona di Hammamet la cui sindaca è la vice-presidente della Federazione Nazionale dei Comuni Tunisini (FNCT). E noi volevamo anche qualcuno con un profilo istituzionale.

La regista e giornalista Teycir Ben Naser

Decentramento è un termine tecnico, non tutti lo capiscono. Siete riusciti a farne un argomento di dibattito?

Il decentramento riguarda la vicinanza tra eletti e cittadini, la partecipazione democratica. Non può essere una questione lasciata agli esperti. Abbiamo presentato il documentario in contesti molto diversi ed ha interessato la gente normale, non solo gli specialisti. A Nabeul quando lo abbiamo presentato quelli del pubblico si sono messi a discutere tra di loro: non avevano bisogno di noi! Proprio quello che volevamo”.

Il documentario termina in modo ambiguo, lasciando molto in sospeso. Qual è la morale della storia?

Nel corso dei dibattiti ci è stato chiesto molte volte: “Cosa avete voluto dire con quel finale?” Volevamo rispondere alla domanda: “In che modo il decentramento porta dei benefici alle popolazioni che più ne hanno bisogno?” Se il decentramento ha per obiettivo di facilitare la vita ai cittadini non ci siamo ancora. Sappiamo che si tratta di un processo lungo e bisogna riconoscere che in esso ci sono delle cose che hanno funzionato e altre no. Inoltre non si tratta di qualcosa di dato una volta per tutte: già prima – intendo dire prima di quanto è successo con Kais Saied – c’erano proposte di revisione del Code des Collectivités Locales (CCL, il Testo Unico degli Enti Locali)”.

Avete presentato il film all’IFT il 7 luglio, cioè un paio di settimane prima del referendum sulla nuova Costituzione che fa piazza pulita del decentramento. Questa cosa è emersa nel dibattito?

Si moltissimo. Tra l’altro si tratta di un documentario realizzato a cavallo del 25 luglio 2021: la ricognizione sul campo l’avevo fatta appena prima, le riprese le abbiamo fatte poche settimane dopo. Il futuro era talmente incerto che gli eletti e anche gli esponenti della società civile schivavano l’argomento. Oggi sappiamo che Kais Saied rigetta totalmente la democrazia locale, ha perfino insultato gli eletti. Una domanda sollevata a più riprese dal pubblico durante il dibattito è stata: “Che senso ha continuare tutto questo quando sappiamo che verrà probabilmente spazzato via?

E tu come rispondi?

Quando ho finito un film non so a cosa servirà. Non mi appartiene più. E’ la testimonianza di un processo che è esistito e che esiste ancora anche se non sappiamo fino a quando. E dobbiamo anche essere consapevoli dell’evoluzione costante del sociale a prescindere da quello che dice il politico”.

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