Eroe per un giorno, invisibile per la legge: la storia di Jawher, il ragazzo che ha sfidato le fiamme a Pachino ma rischia l’espulsione

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PACHINO (SR) – Chiude una bombola del gas in fiamme, la trascina fuori prima che esploda e salva tre persone da una morte certa per soffocamento o rogo. Poi, spenti i riflettori sull’impresa eroica, attorno a lui si riaprono le porte della burocrazia più rigida. È la parabola paradossale di Jawher Haddaji, il giovane tunisino protagonista di un salvataggio da copertina nel Siracusano, per il quale oggi la giustizia italiana misura la distanza che separa il valore del gesto dalla rigidità dei decreti di espulsione. Mentre si attende l’udienza di convalida del suo trattenimento, la comunità locale e la difesa del ragazzo chiedono che lo Stato non dimentichi l’atto di straordinario altruismo di cui Haddaji si è reso protagonista assieme ad altri due giovani connazionali a Pachino.

Il salvataggio: “Senza di loro sarebbero morti”

A ricostruire quei minuti drammatici non sono parole di parte, ma la testimonianza diretta dei Vigili del Fuoco intervenuti sul posto. Come riferisce l’avvocato del giovane, Salvatore Di Fede, “la prontezza di spirito e il coraggio del mio assistito e degli altri due ragazzi hanno evitato una tragedia di proporzioni ben più ampie”. I tre ragazzi sono entrati nell’immobile invaso dal fumo, hanno isolato le stanze per frenare il propagarsi del fuoco e, affrontando il pericolo estremo, hanno raggiunto la bombola del gas, la cui esplosione avrebbe potuto devastare le abitazioni circostanti e travolgere chiunque si trovasse nelle vicinanze e portato fuori gli anziani in pericolo usando il materasso del letto come una barella.  “Senza il loro intervento rapido e lucido, le persone all’interno sarebbero morte bruciate o soffocate”, ha confermato il caposquadra dei pompieri al legale. Un’azione coordinata e coraggiosa che ha tratto in salvo tre vite umane e protetto l’intero quartiere.

La battaglia legale: l’articolo 42-bis e la questione della “pericolosità”

Nonostante l’eroico gesto, sul capo di Jawher pende un provvedimento di espulsione risalente al mese di luglio 2026. Una misura legata alla mancanza di documenti regolari e a una vecchia vicenda giudiziaria, “un procedimento di lieve entità che – sottolinea la difesa-, avrebbe potuto risolversi con una pena patteggiata a sei mesi”. E continua: “L’ipotesi di una sua presunta “pericolosità sociale”, unico vero ostacolo legale al riconoscimento di un beneficio, viene smentita dai fatti e dai comportamenti delle stesse autorità: a luglio, infatti, la Questura di Mantova ha notificato al mio assistito un semplice ordine di allontanamento senza disporre alcun trattenimento presso un Centro per il Rimpatrio (CPR), confermando implicitamente l’assenza di un rischio per l’ordine pubblico”.

Per questo motivo, la difesa chiede ora l’applicazione dell’articolo 42-bis del Testo Unico sull’Immigrazione, la norma che prevede il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno per motivi di particolare valore civile a favore dello straniero che si sia distinto per atti di elevato senso civico o di soccorso.

Una condotta “ripulita” dal coraggio

“Una persona che mette a repentaglio la propria vita per salvarne altre dimostra nei fatti una scelta di campo e un senso di appartenenza alla comunità che in qualche modo si può dire che abbia ripulito la sua condotta”, sostiene il legale. Tra la burocrazia e il valore della vita umana, la storia di Haddaji pone ora un interrogativo etico e giuridico che interpella direttamente le istituzioni: un atto di eroismo e di profonda umanità può valere a un giovane invisibile il diritto di restare nel Paese che ha contribuito a proteggere? La risposta spetta ora alla Questura e ai giudici. Seguiranno aggiornamenti.

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