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Quel piatto lasciato intatto: tra ospitalità e diffidenza in Tunisia

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Succede più spesso di quanto si pensi. Una vicina bussa alla porta con un piatto fumante tra le mani. Magari è cous cous, oppure un dolce fatto in casa. Sorride, insiste, “assaggia, l’ho fatto per voi”. Si ringrazia, si prende, si appoggia in cucina. E resta lì. Non sempre, non ovunque ma abbastanza da far nascere una domanda, soprattutto agli occhi di chi arriva da un’altra cultura! Perché un gesto così bello, così semplice, a volte non viene accolto fino in fondo?

Un tema di cui si parla poco e mai apertamente, ma si percepisce tanto: in Tunisia esiste una forma di silenziosa diffidenza verso il cibo preparato dagli altri. Non è la regola, non è qualcosa che tutti fanno, ma è una realtà che si incontra e che esiste. Non viene spiegata apertamente, non si dice mai “non lo mangio perché ho paura”. Si aggira la cosa.

Si assaggia per cortesia, si rimanda, si cambia discorso. Eppure, dietro a questo comportamento, si nasconde qualcosa di molto più profondo: un insieme di credenze popolari legate al malocchio, alle energie negative, a possibili “influenze” invisibili. Ci sono anche dei piatti che si prestano meglio di altri, nella credenza popolare.

Uova e farina per preparare ravioli – photo Kyra Ferrari

Parlare di queste cose non è semplice: si entra in un territorio fatto di cultura, tradizioni e vissuti personali. Per alcune persone, il cibo non è solo nutrimento: è anche un possibile veicolo di intenzioni buone o cattive. Non si tratta necessariamente di credere a qualcosa di preciso o definito, piuttosto, è una forma di prudenza, un modo di proteggere se stessi e la propria famiglia, soprattutto quando si parla di bambini. In un contesto dove la vita può essere percepita come incerta o difficile da controllare, anche piccoli gesti quotidiani diventano strumenti di difesa.

Due modi diversi di vedere lo stesso gesto: per un italiano, ricevere cibo è uno dei più grandi segni di fiducia e affetto. E’ casa, condivisione, è quasi sacro. Rifiutarlo o anche solo non mangiarlo, è mancanza di rispetto. In Tunisia, invece, quel gesto può avere una doppia lettura. Da una parte è generosità, tradizione e ospitalità. Dall’altra, una sottile prudenza, quasi invisibile, che porta a chiedersi anche solo per un attimo, se sia davvero “sicuro” assaggiare. Non è cattiveria, non è sfiducia personale: è qualcosa di più antico e radicato.

Piccoli gesti dai grandi significati, nella vita quotidiana, questo si traduce in situazioni delicate. Piatti accettati con gentilezza ma non consumati, assaggi simbolici per non offendere o cibo che cambia destinazione discretamente. Il tutto senza dirlo mai chiaramente. A volte tra vicini di casa o conoscenti si crea una sorta di leggero imbarazzo, un equilibrio sottile tra il voler fare bella figura e il bisogno di sentirsi tranquilli. Può sembrare strano, ma capita che un piatto cucinato con amore diventi, inconsapevolmente una sorta di “test di fiducia”.

un’altra creazione culinaria – photo credits Kyra Ferrari

Per chi vive tra Italia e Tunisia, questa realtà può spiazzare. All’inizio sorprende, poi incuriosisce, a volte fa sorridere e a volte mette in imbarazzo. Ci si trova in mezzo e si cerca di capire. Col tempo si impara a osservare senza giudicare e a capire che dietro  certi comportamenti  c’è un sistema di valori diverso. Io stessa, quando regalo qualcosa fatto da me, che spesso è l’unico mezzo che ho per dimostrare gratitudine, mi chiedo se verrà gettata o assaggiata e onestamente la cosa mi turba sempre.

Nella famiglia ho una persona che appena appena assaggia e poi, puntualmente dice che le brucia lo stomaco e allontana il piatto con poca gentilezza. Io vorrei dirle, che anche se volessi non sono in grado di fare nulla attraverso il cibo, per due motivi: per me  il cibo è amore, condivisione e poi lo rispetto troppo per farci qualcosa di male dentro. Ma incasso, sto zitta e mi riprometto di non portare più nulla, cosa che ho fatto da diversi mesi ormai. Le mie preparazioni le destino a chi si fida di me e le apprezza (spero) e io, in sincerità faccio lo stesso. Con tutta onestà spesso declino gli assaggi anch’io. Ogni cultura ha i suoi modi, visibili e invisibili per sentirsi al sicuro, ognuno scelga il proprio modo!

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