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Tunisia: cronaca di un ritorno senza approdo

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Il profumo della tabouna calda al mattino e l’azzurro accecante del Mediterraneo sono stati, per quarant’anni, il carburante dei suoi sogni in terra straniera. Ma quando il protagonista della nostra storia, un signore di circa ottant’anni che chiameremo Karim, incontrato fuori dalla scuola per caso, ha finalmente deciso di rimettere radici nella sua Tunisia, ha scoperto una verità amara: non si torna mai davvero nello stesso posto da cui si è partiti. Partito nei primi anni Sessanta, per la Francia, non servivano visti, soldi in banca, garanzie. Bastava un biglietto aereo, una valigia con lo stretto necessario e il coraggio di lasciare la propria famiglia natale e partire verso l’ignoto. Come tantissimi altri come lui e prima di lui hanno fatto.

Karim si vestiva elegante, sempre. Anche con 45 gradi lui era con il completo e la cravatta.Mani curate, viso sofferente. Mi parlava in un francese perfetto e la sua voce si rompeva e gli occhi si inumidivano ogni volta che mi rivolgeva la parola. Karim ha lasciato una Tunisia che non ha ritrovato. La solitudine lo stava consumando, letteralmente. Fuori dalla scuola attendeva il nipote, poi lo accompagnava a casa, a due minuti dalla scuola. Certo, non sarebbe servito che venisse a prenderlo, ma era l’unico vero impegno della giornata, la motivazione che lo faceva alzare alla mattina.  I quattro figli sono rimasti in Francia, tutti con lavori di prestigio: ne parlava con orgoglio, ma traspariva il dolore che si fossero “dimenticati” di lui. Ogni volta mi diceva: “mia moglie ha voluto divorziare, ho dovuto accettarlo e sono rimasto solo” e i suoi occhi si velavano di lacrime e il mio cuore si stringeva.

Uomini al caffè ad Hammam Lif

Un giorno ero in città per fare delle commissioni, ero di fretta e ci incontriamo per caso, scambio lo stesso due parole per cortesia, ma non avevo davvero tempo quella mattina e non sapevo come dirglielo senza sembrare brusca. Mi chiede se voglio bere un caffè. Sì avrei voluto, ma gli spiego con sincerità che ero di fretta, che mi dispiaceva davvero, ma gli faccio una proposta. “Vedi quel caffè lì?”. Al centro della piazzetta, lo conosciamo tutti a dire la verità… gli dò appuntamento due giorni dopo lì e lui accetta, mi sembra contento. Due giorni dopo sono al bar, 15 minuti in anticipo sull’orario concordato. Mi siedo in mezzo alla piazza e comincio ad ordinare il caffè dopo i primi dieci minuti di ritardo di Karim. Sto lì seduta un’ora e mezza. Non arriva. Mi ha sempre chiesto di scambiarci i numeri di telefono “in amicizia” aggiungeva, ma la verità che non lo abbiamo mai fatto. Sì, evitavo perché, se fosse diventato troppo invadente, non avrei saputo come gestire la cosa.

Quando finalmente mi decido a lasciare libero il tavolo, perché chiaramente non sarebbe arrivato mi scappa da ridere. Non ho un appuntamento con un uomo da, onestamente non so neppure da quanti anni (sono ironica…) e mi dà buca e ha pure ottant’anni, mi dico che forse è un segno, che è meglio lasciar perdere e rido tra me e me passando tra i banchi colorati della mia città e rincasando con un misto di delusione e un po’ di preoccupazione. Passano i giorni e comincio a preoccuparmi, non lo incontro più, però non erano mai incontri fissi, potevano anche passare svariate settimane da un incontro all’altro. Finché un pomeriggio sto correndo a scuola da una strada secondaria, ero in ritardo e lo vedo che chiacchiera con commerciante. Lì tutto elegante, come d’abitudine. Ho una sorta di sollievo,  meno male sta bene, poi mi dico, caspita mi ha dato buca davvero che maleducato! Mi avvicino e gli dico che l’ho aspettato per un’ora e mezza, lui mi dice aspetta che ti spiego cosa è successo, ma io devo correre a scuola e gli dico che ne parleremo un altra volta.

Questo non accadrà mai: è morto poco dopo. Mia figlia conosce suo nipote, che la informa del decesso del nonno. Non sono riuscita ad avvicinarmi a casa del nipote (onestamente non ho mai capito come è il nipote, siccome i suoi figli continuano a vivere in Francia come scritto sopra) lo avrei scoperto a quel caffè che non siamo riusciti a bere, non so perché. Non so neppure il suo nome, Karim è inventato. Lo porterò nel cuore, come un uomo che è ritornato dopo troppi anni, che non ha ritrovato gli amici, non ha ritrovato la famiglia ed è morto di solitudine.

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