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Il momento più temuto della (mia) coppia mista : il pranzo in famiglia

Non è sempre facile cambiare il proprio metro di giudizio, cercare di capire tradizioni diverse dalle proprie,

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Qual è il momento in una coppia “mista” che si teme di più? L’incontro con la famiglia del proprio partner, sottoposti allo sguardo-a-raggi-x dei suoceri in cerca di un’approvazione? Le cene coi parenti – che sembrano non avere mai fine – dove piovono domande infinite perfino dal cuginetto? Niente di tutto questo: il momento più temuto è l’incontro tra le due famiglie d’origine. Immaginate due famiglie, che apparentemente non potrebbero essere una più diversa dall’altra, separate da poco meno di 1.000 chilometri di distanza. La famiglia A, italiana e cristiana, non ha mai varcato i confini italiani, di Islam sa poco o nulla, se non quello che viene trasmesso sui media (e che non è tutto rose e fiori) e nel paesello in cui vive, i musulmani si contano sulle dita di una mano. Nella famiglia B, tunisina e musulmana, il marito ha studiato per un periodo all’estero, la moglie è uscita dalla Tunisia solo per andare alla Mecca, le cinque preghiere al giorno non si possono saltare – ma i figli hanno ereditato dei geni sbagliati da questo punto di vista – e i cristiani sono semplice “gente del libro”, ma non li si conosce di persona.

Ecco, la famiglia A è la mia famiglia, la B quella di mio marito, che prima della partenza, si sono conosciute solo tramite Skype il giorno del nostro matrimonio. Trascorsi cinque mesi dal mio arrivo a Tunisi, le prime a partire in avanscoperta, e verificare che l’amata figlia e nipote fosse in buone mani, sono state mamma e nonna. Qualche giorno prima della partenza, squilla il telefono: “Giada allora cosa ti porto? – è la nonna, preoccupata, come ogni nonna che si rispetti, che non mangi abbastanza, ed inizia l’elenco delle leccornie che ha già infilato in valigia – Ti ho preso la formagella, il parmigiano… La marmellata la vuoi? Il miele con le noci, e per i tuoi suoceri, il cioccolato”. Rassicurata la nonna, bisogna poi passare alla suocera: il cibo se non altro sembra essere un punto in comune.“Cosa preparo loro? Couscous, tajne, insalata mechouia? Senza piccante lo so…”.

Un piatto di cous cous tunisino - photo credits Giada Frana

L’incontro di persona fila liscio: l’unica fatica di Ercole è quella di fare da interprete, visto che il francese di mia mamma è arrugginito e la nonna sa lo spagnolo. Le prime ore sono un continuo: “Giada che hanno detto?” “Giada, traduci questo a tua mamma, mi raccomando”, in uno stordimento di parole tale che non sono che felice quando mio marito torna dal lavoro e può darmi finalmente il cambio. La nonna, complice la sua esperienza di emigrante in Svizzera (raccontata qui) e i suoi viaggi in Ecuador, non ha problemi di adattamento, anzi, esclama di tanto in tanto: Oh, ma mi sembra di essere in Ecuador!” e, quando qualcosa le sembra un po’ strano, se ne esce pontificando con un: “Ognuno ha le sue tradizioni”. Le donne delle due famiglie si sono conquistate reciprocamente, vuoi per l’accoglienza e la simpatia, e il primo incontro con la metà della mia famiglia sembra aver avuto risvolti positivi. Mamma e nonna se ne tornano in Italia contente e con la valigia piena di pane arabo, spezie e dolci.

Per il secondo round il viaggio tocca a mamma, papà e sorella adolescente. La telefonata questa volta parte da me: “Mi raccomando Bella metti in valigia anche qualche vestito un po’ più lungo del solito; papà ricordati che mia suocera è praticante: per salutarla niente baci, solo una stretta di mano”. La suocera è intenta ancora ai fornelli per preparare una cena degna di accoglienza. Questa volta grazie a mio padre che rispolvera il suo francese e si lancia in lunghe conversazioni con il suocero, non c’è bisogno dell’interprete; anche mia mamma si lancia, e mal che vada tra qualche parola in francese, i gesti e il contesto, ci si riesce a capire. A parte qualche disguido sull’abbigliamento – “Ma quei pantaloncini non sono un po’ corti? Le presto una gellaba?” – risolti con un mio secco “No grazie, è italiana”, per il resto anche il secondo round delle presentazioni in famiglia è andato per il meglio.

Certo, non è sempre stato facile – spesso non è facile neppure per me, che ormai dovrei essere abituata a certe cose – cambiare il proprio metro di giudizio, cercare di capire tradizioni diverse dalle proprie, ma se le diversità vengono ammesse, non riconosciute come un difetto ma come un possibile arricchimento reciproco, se vi è rispetto dell’uno e dell’altro modo di essere, se non si pretende di avere in mano la verità assoluta, ma con umiltà si riconosce che ci possono essere altri modi di vivere, che magari non si capiscono, ma si cerca di rispettare, se ci sono questi principi, allora si riesce a vivere assieme tranquillamente.

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