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Mostre a Tunisi: Hatem Bourial reinventa il patrimonio di Cartagine all’Espace d’art Imagin’

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All’Espace d’Art Imagin’, a Cartagine, fino al 19 aprile 2026, le “artures” di Hatem Bourial si presentano come un’esperienza che sfugge alle definizioni tradizionali. Non è solo una mostra fotografica, e non è soltanto un libro pubblicato da Éditions La Nef: è piuttosto un progetto composito, in cui immagine e scrittura si intrecciano in una riflessione sullo sguardo, sul tempo e sul patrimonio. Già con lavori precedenti, come la serie dedicata al muro di Berlino, Bourial aveva sviluppato una pratica basata sul frammento e sulla traccia. A Cartagine, questo approccio si concentra sulle statue antiche, ma senza mai cedere alla rappresentazione frontale o riconoscibile. «Non definisco queste immagini fotografie», precisa l’autore. «Le chiamo ARTURE».

Il termine, volutamente ambiguo, richiama la parola francese rature (cancellatura), suggerendo un gesto di sottrazione più che di costruzione. Le sue immagini non vogliono mostrare tutto, ma piuttosto eliminare, isolare, trattenere. «È un lavoro che cerco di fare sull’estetica del fissato», spiega. «Guardo i dettagli, ma davvero i dettagli». Il cuore della ricerca è proprio questo: il dettaglio spinto fino al limite dell’astrazione. Le statue tunisine – osservate nei musei e nei siti archeologici – diventano materia da esplorare in modo ravvicinato, quasi tattile. «Scelgo le statue tunisine e ne fotografo i dettagli, valorizzando da un lato i drappeggi e dall’altro la vita che le attraversa, con i licheni».

Quei licheni, spesso di un giallo acceso, introducono un elemento inatteso: una forma di vitalità che si deposita su superfici apparentemente morte. Da qui nasce anche una delle immagini più suggestive del progetto: «Le statue sono inanimate, non hanno respiro, e tuttavia in loro c’è il respiro della Storia». È un paradosso che Bourial abita consapevolmente. Le sue “Artures” si muovono “lontano dal respiro” – come suggerisce lui stesso – e allo stesso tempo cercano una forma di respiro figurato, simbolico, nascosto nella materia. In questo senso, il suo lavoro è anche una presa di distanza dall’estetica fotografica più convenzionale. «Non cerco la bellezza», afferma senza esitazione. «Non voglio fare immagini da incorniciare e appendere in casa». Al contrario, ciò che gli interessa è la dimensione della ricerca, dell’esperimento: «Mostro queste immagini perché fanno parte di una sperimentazione».Anche il mezzo tecnico riflette questa posizione. Bourial scatta con il telefono, senza ricorrere a dispositivi sofisticati o a post-produzioni elaborate. «Fotografo semplicemente con un telefono, per catturare qualcosa», dice. «E quando catturo questo qualcosa, non lo modifico per renderlo più bello».

Una scelta che è anche una critica implicita alla fotografia iper-tecnologica: «A volte, guardando certe immagini, è più l’apparecchio che fa tutto, più di quello che c’è davvero nell’immagine». La sua ricerca va nella direzione opposta: restituire centralità allo sguardo, non allo strumento.Questo sguardo si nutre di frequentazione costante dei luoghi del patrimonio. Musei, siti archeologici, spazi della memoria diventano territori da attraversare più volte, da interrogare lentamente. «Sono cose che vedo davanti a me», racconta. «È un modo di cogliere dettagli che, per me, sono interessanti da guardare». L’influenza del fotografo Abdelrazak Khechine, autore di importanti lavori sul patrimonio tunisino, è riconosciuta apertamente. Ma Bourial se ne distacca nel momento in cui decide di rinunciare alla riconoscibilità: «Non volevo fare statue. Volevo partire da dettagli dai quali non si potesse riconoscere la statua». È proprio questa perdita di identità che apre uno spazio nuovo, più libero, quasi mentale. Le immagini smettono di essere documenti e diventano segni, frammenti di una scrittura visiva.

Non a caso, Bourial insiste molto sulla dimensione emotiva e soggettiva dello sguardo. «Quando si parla di una moschea, bisogna saperne parlare da artisti e con il cuore», afferma. «Non limitarsi a elencare il numero di colonne o il colore dei capitelli, ma dire ciò che ci tocca». Le “Artures” nascono esattamente da questo principio: non descrivere il patrimonio, ma attraversarlo, lasciarsi colpire, restituirne una percezione intima. «Ciò che mi tocca in queste statue, oltre la loro bellezza plastica, sono proprio questi dettagli che voglio mostrare». L’obiettivo, in fondo, è semplice e radicale insieme: «La prossima volta, guardate meglio le statue».

Il progetto espositivo si affianca a quello editoriale. Oltre al volume legato alla mostra, Bourial annuncia l’uscita imminente di Puzzle siciliano, una raccolta di testi dedicata alla presenza siciliana in Tunisia. «Non è un abbecedario», spiega, facendo riferimento al libro di Roberto Alajmo che lo ha ispirato. «Mi sono detto: se non faccio un abbecedario, farò un puzzle». Anche qui, ritorna la logica del frammento: testi brevi, accostati come tessere, senza immagini, introdotti da una prefazione di Marinette Pendola. Un omaggio a una memoria diffusa, fatta di dettagli, incontri, tracce quotidiane. In definitiva, il lavoro di Hatem Bourial si costruisce come un invito a rallentare lo sguardo e a disimparare le abitudini visive. Le sue “Artures” non chiedono di essere capite immediatamente, ma di essere attraversate. E suggeriscono che, forse, è proprio nel dettaglio più marginale – una piega, una superficie, un lichene – che si nasconde la possibilità di vedere davvero.

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