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Sotto il velo: il tema delicato del pregiudizio trattato con ironia da Takoua Ben Mohamed

La copertina del libro
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3 minuti

Takoua Ben Mohamed, autrice italo tunisina di stanza a Roma, ha deciso di trattare un argomento delicato come il pregiudizio con l’arma del disegno e dell’ironia. “Sotto il velo – La mia vita con il velo per le strade di Roma” (edizioni Becco Giallo) è un compendio delle sue abilità di graphic journalist, e si concentra appunto sul velo, per come viene visto dai più in Occidente. Si passa dall’autoironia sui vari modi di indossarlo alla illustrazione fumettistica delle situazioni che lei – e altre donne come lei – si è ritrovata a vivere, pressoché quotidianamente. Gli sguardi sospettosi, i pregiudizi sulla libertà negata alle donne di fede islamica, addirittura i rimproveri delle signore più attempate e tradizionaliste di uguale confessione religiosa che la accusano, al contrario, di essere troppo… moderna.

In un continuo susseguirsi di situazioni più leggere e più impegnative, Takoua tocca gli argomenti più vasti sul velo: anche quelli pratici, con tanto di divertimenti sulle Youtuber più famose che, non si sa come, riescono a sistemarsi il velo nelle maniere più artistiche anche se poi, a casa, i loro tutorial sembrano non funzionare proprio. Si gira pagina e si trova una situazione umiliante, da riso molto amaro: il colloquio di lavoro nel quale non interessano tanto titolo di studio, capacità, disponibilità di tempo ed entusiasmo, ma «quel coso lì in testa» che potrebbe rovinare l’estetica del posto di lavoro. Sullo sfondo, una Roma di battutari (non sempre piacevoli) e di persone combattute tra preconcetti, ottusità, curiosità e ingenuità. E vicissitudini casalinghe con il trucco, l’abbronzatura, gli spilli, le cuffie sotto il velo che si impigliano sulle maniglie.

Il libro è molto godibile e passa, con apparente leggerezza, in rassegna tutti i limiti e le stereotipie dell’italiano “alle prese” con il velo: dalla signora che chiede notizie «sulla Mussulmania», il paese in cui vivono tutti quelli che si conciano in quel modo, alla gente sul bus che sente una musichetta proveniente dal telefono cellulare col ritornello «Allah Akbar» (Dio è il più grande) e si allarma, facendo un immediato collegamento con i terroristi estremisti e le loro imprese criminali. L’autoironia torna nella striscia dedicata alla pizza con le amiche: per abitudine, Takoua spiega che l’istinto è quello di prendere la pizza e piegarla in tre, salvo dovere fare i conti sulla macchia di pomodoro d’ordinanza, proprio sul velo. E poi c’è il problema dello stile di abiti total black, che applicato a una donna col velo come lei le fa esclamare, in romanesco: «Ao’, paro proprio una de l’Isis!» Il tempo di spegnere il sorriso che arrivano pagine più impegnate, incentrate su una domanda ricorrente: «A volte mi chiedono se sono sottomessa. Ma sottomessa a chi?» E l’autrice si spende in una spiegazione stringata ma efficace: essere musulmana non significa non essere libera o, come nel suo caso, una combattente per i diritti e le libertà, contro la violenza e l’ignoranza.

Il senso più profondo del libro di Takoua Ben Mohamed, forse, emerge dalle ultime pagine. Quando fa notare che lei, nata a Douz nel 1991, quando va in Tunisia si sente dare dell’italiana e, quando è in Italia, della tunisina. In entrambe le accezioni, con una buona  dose di (pre) giudizio negativo. E perché mai, dice di sé, dovrei “integrarmi”, se questo significa solo rinunciare a una parte di me, o a una porzione della cultura che ho appreso nei posti in cui sono vissuta? Perché non potersi “tenere tutto”, ovunque ci si trovi, ed essere più ricca? Il dialogo, sostiene giustamente, nasce dai punti in comune. «E non esistono due culture che non abbiano niente in comune». Già.

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