Sayf e l’ossessione per i “cognomi puri”: quando smetteremo di pesare l’italianità?
Adam Sayf è stato, senza dubbio, una delle scoperte più belle dell’ultimo Festival di Sanremo. Italo-tunisino (nato a Genova da papà italiano e mamma tunisina), ha conquistato il pubblico arrivando a un meritatissimo secondo posto. Lo ha fatto con la sua gentilezza, la sua semplicità e un brano che, dietro un’apparente leggerezza, si è fatto portavoce di una lucida denuncia della situazione sociale e politica italiana.
Eppure, a quanto pare, il talento e la musica non sempre bastano a scardinare certe narrazioni: ieri mi sono imbattuta in un reel su Instagram che analizzava la sua canzone, sottolineandone giustamente la potenza e la portata. Tutto molto bello, finché il giornalista non ha iniziato a parlare di Sayf come di “uno venuto da fuori”, “neanche al 100% italiano”, arrivando a chiosare con una frase che fa riflettere: “La verità è scomoda: non serve un cognome puro per amare un Paese”. Tralasciando che il cognome di Sayf è italiano….
Voglio sperare, con tutta me stessa, che il tono fosse ironico o volutamente provocatorio. Già l’utilizzo del termine “puro” associato a un cognome fa rabbrividire, richiamando alla memoria ideologie che dovrebbero restare relegate ai libri di storia. Ma se così non fosse, se non c’era ironia, la domanda sorge spontanea: siamo davvero ancora a questo punto? Facciamo ancora così tanta fatica a considerare questi ragazzi semplicemente italiani?
Sembra di fare un salto indietro nel tempo, a quando anni fa con Mahmood (Alessandro Mahmoud) successe l’esatta, identica cosa. Anche lui, nato e cresciuto in Italia, sbancò Sanremo e si ritrovò investito da polemiche surreali e attacchi politici sulla sua reale “italianità” solo a causa del suo cognome e delle origini egiziane del padre.
Da giornalista che ha creato il progetto L’altra Tunisia proprio per gettare ponti e creare un dialogo tra le due sponde del Mediterraneo, mi sento in dovere di fare un appello: cari colleghi, possiamo prestare più attenzione alle parole che usiamo? Questi ragazzi sono italiani.
Da mamma di due figlie italo-tunisine, aggiungo: noi genitori siamo stanchi. Stanchi di vedere i nostri figli costantemente misurati col bilancino, definiti “meno italiani” o “italiani a metà“. Stanchi delle pressioni che subiscono da entrambe le società di appartenenza. Sono ragazzi che troppo spesso si ritrovano a vivere in un limbo doloroso: in Italia vengono spesso ancora visti come stranieri, mentre in Tunisia (o nel Paese d’origine dell’altro genitore) non vengono visti come veri tunisini.
Quando capiremo, come società, che essere figli di due culture non è una sottrazione di identità, ma un’enorme ricchezza per tutti quanti? Sayf ne è un esempio lampante, ma non è di certo il solo. È tempo di cambiare il nostro sguardo. È tempo di cominciare ad ascoltare e guardare questi ragazzi semplicemente per ciò che sono, per il talento che portano, senza tirare in ballo improbabili percentuali di italianità, senza fare le pulci alla “purezza” di un cognome e senza il bisogno ossessivo di rinchiuderli in una categoria. L’identità è un ponte che unisce, non una barriera. Iniziamo, finalmente, a camminarci sopra.
