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Catania Film Fest: focus sul cinema sociale tunisino

Quattro i cortometraggi proiettati in lingua originale, dei registi tunisini Inès Arsi, Amel Guellaty, Slim Belhiba e Meryam Joobeur, lavori che rivelano un cinema tunisino, mediterraneo e d’autore ambientato in location suggestive, che diventano testimoni dei temi sociali che investono la Tunisia di oggi.

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Nella seconda giornata dedicata al cinema della Tunisia post-rivoluzionaria al Catania Film Fest, la visione di quattro cortometraggi e un panel sul dialogo Sicilia-Tunisia, condotto dalla giornalista Laura Silvia Battaglia e con ospiti Mohammed Challouf, regista, Giada Frana direttrice de L’altra Tunisia, Rosario Sapienza, antropologo e Marta Bellingreri, giornalista. Quattro i cortometraggi proiettati in lingua originale, dei registi tunisini Inès Arsi, Amel Guellaty, Slim Belhiba e Meryam Joobeur, lavori che rivelano un cinema tunisino, mediterraneo e d’autore ambientato in location suggestive, che diventano testimoni dei temi sociali che investono la Tunisia di oggi.

“Thick skin” – Inès Arsi

Nel cortometraggio della regista tunisina Inès Arsi Ahmed, giovane artista tunisino, tenta di superare le etichette sociali e di trovare una risoluzione ai conflitti. La “pelle spessa” di un individuo che vive con l’obiettivo di essere libero di esprimersi, soprattutto per quanto riguarda la sua sessualità. Inès Arsi dà voce all’anima di Ahmed, al di là di ogni stereotipo e condizionamento sociale, con una straordinaria fotografia. Un cinema verité sintetizzato in soli cinque minuti, come un atto di forza in un Paese, la Tunisia, che non sempre è pronto ad aprirsi a temi sulla sessualità – tuttavia, proprio a Tunisi si svolge il Mawjoudin Queer Film Festival, l’unico in Nordafrica e tra i pochi nei Paesi arabi -.

“Chitana” – Amel Guellaty

“Chitana”, che in dialetto tunisino significa “monella”, racconta la storia di due sorelle, Eya e Sofia, di dieci e dodici anni. Il bosco è ritenuto un luogo per “maschi”, proibito alle bambine, eppure le due sorelle decidono di addentrarvisi. Uscite semplicemente per prendere l’acqua dal pozzo vicino casa, sotto esortazione della madre, nel bosco si imbatteranno in qualcosa che le stupirà e le spaventerà. Attratte dalle atmosfere da sogno e terrificanti che quel luogo regala, in compagnia di un cavallo bianco e di una chiocciola rossa. Il secondo lavoro della regista e fotografa tunisina Amel Guellaty è un cortometraggio sulla libertà, mai facile da ottenere e a caro prezzo, esplorata da Eya e Sofia.

Un frame del corto “In uncle Salem country” – photo credits Oussema Boughanmi

“In uncle Salem country”- Slim Belhiba

La visione è stata introdotta da un video-messaggio del regista Slim Belhiba: «Grazie per aver scelto la Tunisia e per l’attenzione al cinema mediterraneo. Tra le due sponde, Sicilia e Tunisia, c’è molto più del Mediterraneo: ci sono quasi tre mila anni di storia. Quello che succede in una sponda influenza l’altra. Si tratta di una storia molto semplice per raccontare una realtà più complessa», quella della Tunisia post-rivoluzionaria. Il cortometraggio narra la storia di Salem, custode della scuola di Ain Regad a Mornag. Un giorno, Salem va alla Medina per acquistare una nuova bandiera per la scuola, da sostituire alla vecchia. Salem sta per rientrare a casa, quando, uscito dal negozio, viene coinvolto in una repressione di manifestanti messa in atto dalla polizia tunisina. Farà ritorno nella scuola solamente dopo quindici giorni.

“Brotherhood” – Meryam Joobeur

Premiato al Toronto International Film Festival, il cortometraggio racconta la storia di Malik, figlio maggiorenne di una famiglia tunisina che vive nella campagna. Dopo essere andato in Siria per «aiutare le sorelle e i fratelli musulmani», Malik ritorna in Tunisia, dove dovrà affrontare le tensioni dovute alle sue scelte, non condivise soprattutto dal padre. Con il ragazzo, c’è anche la sua nuova moglie siriana, la quale indossa il niqab – ulteriore motivo di contrasto con il padre. «Mi pento di essere andato in Siria. Promettimi che non ci andrai mai», dice Malik al fratello Cheker. Il titolo “Brotherhood”, “Fratellanza”, è un rimando all’organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani e alla concezione di “fratellanza” in ambito strettamente familiare. 

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