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Djerba: quale convivenza tra ebrei e musulmani?

C’è un luogo, in Tunisia, dove la convivenza tra i popoli supera i diversi credi religiosi: si tratta dell’isola di Djerba, meta ogni anno di un importante pellegrinaggio ebraico

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C’è un luogo, in Tunisia, dove la convivenza tra i popoli supera i diversi credi religiosi: si tratta dell’isola di Djerba, meta ogni anno di un importante pellegrinaggio ebraico. Nella cittadina di Erriadh (chiamata anche Hara Sghira, Hara significa quartiere, ma indica in modo esclusivo i quartieri ebraici), le fonti storiche fanno risalire il primo insediamento ebraico al 586 a.C., dopo la distruzione del grande tempio di Gerusalemme da parte del babilonese Nabucodonosor. Si dice che la sinagoga della Ghriba (“la straniera”) sia stata costruita utilizzando proprio le pietre delle rovine di questo importante Tempio. 

Il pellegrinaggio alla Ghriba

Qui, ogni anno, nel mese di maggio, nel 33esimo giorno successivo alla Pasqua ebraica e in occasione della festa di Lag Ba ‘Omer, si svolge un pellegrinaggio di una settimana, che vede protagonisti ebrei provenienti da tutte le parti del mondo. In un Paese a maggioranza musulmana, un evento importante. La presenza ebraica nel Paese nordafricano non si limita a Djerba: la prima testimonianza di ebrei risale al II secolo, una presenza che, tra tolleranza e persecuzione (inizialmente non potevano praticare la propria religione liberamente e solo grazie a Sidi Mahrez, il santo protettore di Tunisi, potettero vivere all’interno delle mura della Medina di Tunisi; inoltre 5 mila ebrei tunisini subirono, sotto il protettorato francese, le deportazioni nei campi di lavoro) continuò nel corso dei secoli. 

La sinagoga della Ghriba a Djerba – photo credits Giada Frana

Da 250 mila a 2.500 ebrei in Tunisia

Fino al 1950 gli ebrei presenti erano 250 mila, per arrivare, ad oggi, a 2.500, concentrati soprattutto tra Djerba e Zarzis (1.500), ma anche a Tunisi, Kef, Gabes e Sousse. Nel 2017 Djerba fu candidata a patrimonio Unesco proprio per portare agli occhi del mondo un esempio positivo di convivenza di fedi diverse. “A Djerba convivono persone di tutte le nazionalità senza problemi – spiega Tarek Mrabet, chef d’arrondissement di Midoun -: fa parte della nostra cultura e tradizione. Anni fa andavamo anche noi musulmani alla Ghriba per scoprire le altre tradizioni e per mangiare: qui la cucina ebraica è rinomata, cucinano bene. In occasione della Ghriba vengono famiglie da tutto il mondo, molte alloggiano negli hotel, altre vengono ospitate da tunisini, spesso si tratta dei loro vecchi vicini. Questa è l’ospitalità djerbina: circola un video in cui si vede una famiglia ebrea che ha fatto più di 2 mila chilometri per incontrare di nuovo i loro vicini tunisini, a Zarzis, dopo 25 anni che non si vedevano: si sono abbracciati e hanno pianto, commossi”. 

Tarek Mrabet chef d’arrondissement di Midoun – photo credits Giada Frana

I suoi racconti vanno indietro negli anni: “Un tempo non c’erano abbastanza soldi per acquistare pentole in acciaio inox come ora: prima di Ramadhan quindi si invitavano gli ebrei, che avevano un prodotto speciale per il rame, e facevano ritornare come nuove le pentole e i vari utensili da cucina. Ritornavano in inverno: sono molto bravi a cucire; l’80% delle persone qui ha i vestiti tradizionali realizzati da ebrei. Molti lavoravano come gioiellieri ambulanti e, in occasione dei matrimoni, scambiavano l’oro per un po’ di produzione agricola. Poi hanno cominciato ad aprire delle botteghe in centro, a Houmt souk: da piccole attività col tempo sono passati a negozi e magazzini. Hanno preso un po’ la tradizione di Djerba dei commercianti”. E conclude: “Non c’è mai stato nessun problema, nemmeno durante la rivoluzione. Spero che gli ebrei che hanno lasciato Djerba ritornino: c’è molto da fare e credo che le loro radici siano qui”. 

Rispetto e convivenza tra ebrei e musulmani

Simon Bittan gioielliere ebreo a Djerba – photo credits Giada Frana

Lasciamo l’ufficio di Monsieur Mrabet per addentrarci a Houmt Souk, dove diversi negozi sono gestiti da ebrei tunisini. Sottolineano l’appartenenza a questa terra, il loro essere tunisini, e confermano le parole del chef d’arrondissement: il rispetto reciproco è di casa e la convivenza pacifica. “Le relazioni con i musulmani sono normali – dice Simon Bittan, gioielliere – : ci si conosce, ci si saluta, ci si rispetta reciprocamente”. Quando gli chiediamo che ne pensa della questione Israelo – palestinese, la risposta è chiara: “Sono nato qui, che rapporto ha tutto ciò con me? È un problema loro, perché sono là, dovete chiedere a loro. Bisognerebbe ascoltare entrambe le voci, ma spero che si possa trovare una soluzione. È un problema politico. Non bisogna generalizzare sugli ebrei: un ebreo che abita là un conto, chi abita qui un altro”. E sottolinea: “Noi siamo ebrei tunisini, come ha detto Renè Trabelsi”. 

Torah di un fedele ebreo tunisino alla Ghriba – photo credits Giada Frana

La questione israelo – palestinese non ci riguarda

Anche M., gioielliere, conferma le sue parole: “Mio nonno lavorava la lana per realizzare i materassi, e per farlo dormiva nelle case dei musulmani senza problemi. Sono i mass media che spesso esagerano. In occasione delle nostre feste, portiamo i nostri dolci tipici alle famiglie vicine”. Sulla questione Israelo – palestinese, aggiunge: “Qualsiasi ebreo ha un sentimento verso Israele, questo poco ma sicuro: se dice di no, mente. Noi abitiamo in Tunisia, siamo tunisini: amiamo la Tunisia. È come se la Tunisia fosse nostro padre ed Israele la madre che abita lontano, c’è comunque un sentimento verso di lei. Siamo tunisini al cento per cento, ma abbiamo un sentimento anche verso Israele: è la terra dei nostri antenati. Come i tunisini che abitano in Francia: sono francesi, ma hanno un attaccamento per la Tunisia, perché i loro nonni sono in Tunisia. Noi proviamo la stessa cosa. Ma se ci sono problemi tra Israele e Palestina, sono lontani, noi ci occupiamo di dove viviamo”. E conclude con un messaggio di speranza: “Spero si possa continuare a vivere in pace e armonia, tra musulmani, cristiani, ebrei”.  

L’articolo originale è stato pubblicato sul bimestrale Il dialogo – al hiwar n 5/6 2019

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