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“La tentazione populista – le elezioni del 2019 in Tunisia”: il libro dedicato alle elezioni presidenziali e legislative della Tunisia

“La tentation populiste – le elezioni del 2019 in Tunisia”, pubblicato nell’ottobre 2020 dalle Editions Cérès, è un'opera collettiva di Hamadi Redissi, Hafedh Chekr, Mahdi Elleuche e Sahbi Khalfaoui, basato sulle ricerche dell’OTTD, Osservatorio Tunisino per la Transizione Democratica, e supportato dalla Fondazione Friedrich Ebert.

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Durante il mio ultimo soggiorno in Tunisia – tra agosto e settembre 2021 – la storica libreria Al Kitab sull’avenue Bourguiba aveva in bella mostra una serie di pubblicazioni in lingua francese dedicate alla Tunisia post-Rivoluzione. Era passato poco più di un mese dalla presa di potere di Kais Saied: risultava quindi particolarmente interessante vedere cosa il fior fiore dell’élite intellettuale e accademica tunisina avesse prodotto in materia di riflessione politica nel periodo immediatamente precedente. Ho fatto incetta di libri, che cercherò di raccontare un poco alla volta, con un occhio a quanto è avvenuto e uno all’evoluzione in corso.

Incomincio con “La tentation populiste – le elezioni del 2019 in Tunisia” (“La tentazione populista – le elezioni del 2019 in Tunisia”), pubblicato nell’ottobre 2020 dalle benemerite Editions Cérès, basato sulle ricerche dell’OTTD (Osservatorio Tunisino per la Transizione Democratica), e supportato dalla potente Fondazione Friedrich Ebert, una delle numerose fondazioni tedesche operanti in Tunisia (questa è d’ispirazione socialdemocratica, ma le principali correnti del pensiero politico tedesco sono tutte rappresentate). Il libro, dedicato alle elezioni presidenziali e legislative del 2019 in Tunisia, fornisce qualcosa di ancora raro nella pubblicistica tunisina francofona post-rivoluzione: un’analisi empirica rigorosa, basata su una ricca elaborazione di dati e inquadrata da un solido apparato teorico-concettuale, il tutto con un linguaggio chiaro che spesso manca alla produzione accademica.

Il cortile di una scuola tunisina adibita a seggio in occasione delle elezioni presidenziali ad ottobre 2019, Al Aouina, Tunisi - photo credits Giada Frana

Chi ha letto su questo sito il resoconto dell’intervista a Asma Nouira ritroverà nel volume la descrizione dell’ideologia populista in versione tunisina. Nel capitolo introduttivo Hamadi Redissi ne enumera le caratteristiche: l’opposizione tra il popolo sano e le élites corrotte, il nazionalismo antioccidentale e antiglobalizzazione, l’ostilità ai media mainstream e la predilezione per i social. Sono ingredienti che in Tunisia hanno prodotto tre tipi di populismo: quello nostalgico dell’era di Ben Ali di Abir Moussi, quello di Nabil Karoui che coniuga compassione sociale ed economicismo liberale, e quello “radical-conservatore” di Kais Saied che mescola marxismo consiliarista e islamismo panarabista. Se è tipico del populismo prendere una parte del popolo per il tutto, anche Kais Saied “inventa un popolo immaginario” che si identifica con il popolo di facebook, il social più diffuso in Tunisia che egli ha letteralmente “colonizzato”. Scrive Redissi: “sono i giovani facebookers che [di Kais Saied] hanno fatto una icona”. Le pagine facebook a lui dedicate danno conto di “una subcultura che non è propriamente di destra né di sinistra” – un coacervo di marxismo-leninismo, islamismo conservatore, nazionalismo panarabo. Due loro caratteristiche appaiono particolarmente interessanti alla luce del post-25 luglio: l’anonimato di molti amministratori e la violenza verbale di molti post. Oggi, mentre si scopre la provenienza estera di molti account, i facebookers di Kais Saied si comportano come una “armata rossa” pronta a tacitare chiunque sulla rete osi esprimere una critica all’operato del Presidente.

I tre capitoli successivi hanno tutti il merito di rinfrescarci la memoria sulle caratteristiche e gli esiti delle tornate elettorali precedenti quelle del 2019: l’elezione della Costituente nel 2011, le elezioni legislative e presidenziali del 2014, le municipali del 2018.

Un uomo legge i vari avvisi in un seggio allestito per elezioni presidenziali in Tunisia, L'aouina, Tunisi, ottobre 2019 - photo credits Giada Frana

Alle elezioni presidenziali del 2019, sintetizza Hafedh Chekir, sono arrivati al ballottaggio due candidati sessantenni “che non vengono dal Sahel, che non sono bardati di diplomi, che non hanno mai goduto di legittimazione elettorale e che sono indipendenti dai grandi partiti politici, in particolare quelli al potere negli ultimi 5 anni.” Qui però si fermano le similitudini. Per Kais Saied hanno votato massicciamente i giovani e i diplomati; la percentuale dei suoi votanti cresce al crescere del livello di istruzione, mentre il contrario vale per Nabil Karoui. Del pari la percentuale dei suoi voti, al contrario di quella di Karoui, cresce al crescere del tasso di partecipazione, che tutto lascia pensare sia stato sostenuto attivamente dai suoi supporter, come confermerebbe la sua ulteriore crescita al secondo turno, grazie anche all’apporto di oltre un milione di persone che non avevano partecipato alle legislative.

Quest’ultimo dato appare indicativo di un dualismo del comportamento elettorale che gli autori della ricerca colgono solo parzialmente. Mentre essi cercano sistematicamente di cogliere le correlazioni tra voto per le presidenziali e voto per le legislative, interpretando ogni scarto tra i due esiti in termini di perdite/guadagni di ciascun partito, i dati evidenziano chiaramente l’indipendenza, o addirittura la scissione, tra i due voti. Chi più prende alle presidenziali meno prende alle legislative e viceversa, a cominciare dal Presidente eletto che alle legislative non prende nulla perché un partito non ce l’ha. Gli elettori tunisini hanno votato il Presidente della Repubblica guardando al leader e alle sue caratteristiche personali; hanno votato per il parlamento guardando ai partiti e alla loro visione del mondo.

Cittadini tunisini in fila in attesa di votare per le elezioni presidenziali del 2019 - L'aouina, Tunisi, ottobre 2019 - photo credits Giada Frana

Lo conferma l’analisi, a cura di Mahdi Elleuch, del voto delle legislative del 2019. Queste, schiacciate tra il primo e il secondo turno delle presidenziali a seguito del decesso del presidente Béji Caid Essebsi, sono state relegate in secondo piano anche dai media. Si spiega così, secondo Elleuch, il tasso di partecipazione inferiore a quello delle presidenziali e non, come vuole il discorso pubblico, con il maggiore interesse dei Tunisini per queste ultime. Tuttavia nel 2019 il discorso mediatico sui Tunisini che preferirebbero un Presidente ad un Parlamento si fa insistente. La non promulgazione, in aperta violazione della Costituzione, da parte di Caid Essebsi della riforma elettorale, che tra l’altro stabiliva una soglia di sbarramento del 5%, venne da alcuni osannata come segno di riappropriazione, da parte del Presidente della Repubblica, delle sue storiche prerogative e i funerali di stato, pochi giorni dopo, furono un’occasione in più per esaltare l’istituzione presidenziale.

Maturava al contempo un clima di sfiducia nei confronti del parlamento in quanto istituzione, al di là delle performance dei partiti e dei singoli parlamentari. Tuttavia, al di là del tasso di assenteismo, le elezioni legislative non paiono confermare la disaffezione al sistema dei partiti e nemmeno la tanto criticata inamovibilità delle élites. Esse “hanno evidenziato piuttosto una disaffezione nei confronti dei partiti al potere”, mentre hanno premiato quei partiti che, come Attayar, hanno saputo usare efficacemente la tribuna parlamentare sia per documentare casi di corruzione sia per marcare da vicino l’operato dei ministri. Inoltre il nuovo parlamento presenta un alto tasso di rinnovamento: “solo 48 eletti, appena il 22% dei 217 deputati, lo erano già nel quinquennato precedente” e “la maggioranza dei deputati uscenti che si sono ripresentati (almeno 119) non sono stati rieletti”. Da ultimo, smentendo un altro discorso mediaticamente diffuso, il parlamento del 2019 non rappresenta affatto un popolo “nostalgico”: le forze che “si richiamano apertamente alla Rivoluzione, vale a dire Ennahdha, Al Karama, Attayar e il Movimento del Popolo, senza contare altre piccole formazioni, sono maggioritarie”.

Cittadini in fila per votare alle elezioni presidenziali, ottobre 2019, L'aouina, Tunisi - photo credits Giada Frana

E allora cosa è successo tra la fine del 2019 e il 25 luglio del 2021? Elleuch parla esplicitamente di tre “minacce” che insidiano la democrazia tunisina – la fragilità delle istituzioni, l’emergenza del populismo, la questione socio-economica. Ciononstante Mohamed Sahbi Khalfaoui apre l’ultimo capitolo, sul ruolo dei partiti, affermando che le elezioni legislative del 2019 hanno “riaffermato il ruolo centrale che i partiti politici continueranno a svolgere durante tutta la prossima legislatura”. Salvo però constatare, alcune pagine dopo, ma quasi en passant, che una “opposizione radicale al sistema politico e istituzionale arriverà dalla presidenza della repubblica” e che Kais Saied potrà “contribuire ulteriormente alla fragilizzazione del sistema politico”. Rileggerlo oggi fa una certa impressione.

Infine c’è una variabile che mi sembra questa ricerca sottovaluti: la variabile Ennahdha. Certo non si può che apprezzare un lavoro scientifico distante dal martellamento anti-nadhaoui che ha caratterizzato il discorso mediatico degli ultimi dieci anni (e quello sulla rete nei mesi precedenti il 25 luglio). Ma come non constatare che l’assenza di un partito, se non di massa almeno a forte radicamento sociale, in grado di controbilanciare la presenza di Ennahdha, ha reso impossibile tanto coalizioni stabili quanto alternanze fisiologiche. E qualcuno sembra aver pensato che, in assenza di un tale partito, era meglio sbarazzarsi dell’intero parlamento.

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