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La Tunisia a dieci anni dalla rivoluzione della dignità

A dieci anni da questo evento, la Tunisia sta vivendo una fase difficile, resa ancora più complicata dalla pandemia di Covid – 19. Ma cosa è cambiato in questi anni? Si può fare un bilancio dopo solo un decennio? Quali i sogni e le speranze della gioventù tunisina?

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17 dicembre 2010: Mohamed Bouazizi, 26 anni, si dà fuoco davanti alla sede del governatorato, in segno di protesta verso la polizia che gli aveva sequestrato il carretto di frutta con cui lavorava per mantenere la propria famiglia. Bouazizi morirà il 4 gennaio, a seguito delle gravi ustioni riportate, ma il suo gesto darà il via a una serie di proteste, che porterà, il 14 gennaio 2011, alla fuga di Ben Ali, mettendo la parola fine a un regime dittatoriale e aprendo la strada alla transizione democratica.

Per rendere possibile ciò che era impossibile c’è voluto un ragazzo di Sidi Bouzid, un ragazzo uguale a tutti gli altri. E’ la variabile umana che è indispensabile in ogni mutamento sociale. Non ci sono svolte storiche, non si verificano avvenimenti che modificano il corso generale degli eventi se non ci sono esseri umani che li guidano in prima fila, uomini disponibili a pagare il costo di quei cambiamenti. La storia, in altre parole, ha bisogno di uomini. Quella decisiva variabile umana non sono altro che i loro gesti individuali. E Mohamed è il simbolo di tutto questo

(Da “La rabbia e la speranza” di Habib Omri con Raffaele Masto e Stefano Vergine).

In Europa l’hanno definita “rivoluzione dei gelsomini”, ma in Tunisia la si preferisce chiamare “rivoluzione della dignità”, “thawra al karama”: “Khobs”, “Hurria”, “Kharama al watania”, “pane”, “libertà”, “dignità nazionale”, erano tra gli slogan più utilizzati nei giorni di queste proteste. E se in Tunisia la festa nazionale che segna questo momento storico è il 14 gennaio, giorno in cui Ben Ali lasciò il Paese, per altri la data corretta sarebbe il 17 dicembre: per rimettere al centro il popolo.

Un carretto: il monumento dedicato a Bouazizi nella sua città, Sidi Bouzid. Photo credits Giada Frana

A dieci anni da questo evento, la Tunisia sta vivendo una fase difficile, resa ancora più complicata dalla pandemia di Covid – 19. Ma cosa è cambiato in questi anni? Si può fare un bilancio dopo solo un decennio? Quali i sogni e le speranze della gioventù tunisina?

Abbiamo voluto, con questo dossier, portare alla vostra attenzione alcune tematiche che riteniamo importanti al fine di comprendere meglio questo evento e questo Paese.

Abbiamo riportato due interventi del convegno “Tawrat al karama – memorie, percorsi e analisi a dieci anni dalla rivoluzione tunisina” organizzato a gennaio 2021 dal Dipartimento di Civiltà e forme del sapere dell’Università di Pisa. Due giornate dense e interessanti, con una prospettiva che ha voluto tenere insieme sia lo sguardo della sponda nord che quello della sponda sud del Mediterraneo. Se ve lo foste persi, qui potere riascoltare gli interventi del 13 gennaio, qui la giornata del 14 gennaio. Da questo convegno abbiamo scelto due interventi – una scelta ardua visto che sia gli ospiti che gli argomenti portati erano di qualità -: uno di Clara Capelli, economista, sulla situazione economica tunisina. Una scelta voluta e dovuta: sempre più spesso molti invocano i dati economici del pre rivoluzione sottolineando come “si stava meglio quando si stava peggio”: ma la questione è molto più complessa. E poi le testimonianze raccolte da Chiara Diana, dell’Università di Bruxelles, attorno al tema dei minorenni e del loro apporto alla rivoluzione tunisina: un tema poco indagato, poiché non direttamente protagonisti di quelle giornate.

E ancora, il documentario della ong International Alert Tunisia realizzato a Ettadhamen e Douar Hicher, due dei quartieri popolari più grandi della Grand Tunis, dove i giovani prendono la parola e dove ci si rende conto ancora di più dell’enorme divario esistente tra i vari quartieri. E poi il libro “Tunisian girl, la rivoluzione vista da un blog”– piccolo ma significativo – di Lina Ben Mhenni, blogger e attivista (scomparsa prematuramente a gennaio 2020), sempre in prima linea nel pre e post rivoluzione, che racconta come si è arrivati a riuscire a scacciare Ben Ali e il ruolo dei cyberattivisti e della rete. E, ultima ma non per importanza, la rubrica “Kelma bi et-tunsi” di Gemma Baccini, che ci accompagna nelle parole della rivoluzione.

Un murales sulla rivoluzione tunisina a Tunisi. Photo credits Giada Frana

Molta la disillusione, soprattutto tra i giovani, molta anche la nostalgia verso il regime (il consenso sempre più maggiore del partito di Abir Moussi ne è un esempio) ma, come ha ricordato Orsetta Giolo (Università di Ferrara) durante il convegno sopracitato, “Non vi è stata rivoluzione alcuna, soprattutto se orientata al riconoscimento dei diritti, che non abbia dato vita a transizioni lunghissime e dolorosissime, a loro volta costellate da crisi e regressioni improvvise. Anche la contestazione della rivoluzione stessa, della sua reale portata, la messa in dubbio della sua efficacia in termini di mutamento ripete lo schema tipico della critica alla rivoluzione che abbiamo conosciuto più volte nella Storia. Ma si tratta di fasi che non scalfiscono la potenza dell’evento rivoluzionario e delle sue rivendicazioni e che non impediscono che questi diventino le fondamenta di nuovi modelli di società di stato e di diritto”.

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