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“Memorie e racconti del Mediterraneo – L’Emigrazione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo” di Alfonso Campisi e Flaviano Pisanelli

Una parte della storia italiana conosciuta da pochi, e che racconta quando l’emigrazione avveniva dalla sponda nord a quella sud del Mediterraneo. Si tratta del libro “Memorie e racconti del Mediterraneo – L’Emigrazione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo”di Alfonso Campisi e Flaviano Pisanelli

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Una parte della storia italiana conosciuta da pochi, e che racconta quando l’emigrazione avveniva dalla sponda nord a quella sud del Mediterraneo. Si tratta del libro Memorie e racconti del Mediterraneo – L’Emigrazione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo” ( Mc-èditions, 2015, 214 pagine) di Alfonso Campisi, professore ordinario di Filologia romanza all’Università de la Manouba in Tunisia e Flaviano Pisanelli, professore associato di Lingua e Letteratura italiana all’Università di Montpellier. Un lavoro che racconta una “Storia minore”, ma non per questo meno importante: “L’obiettivo – spiegano i due autori – è stato quello di dare la parola a chi ha vissuto questa esperienza e allo stesso tempo sollecitare una presa di posizione. L’Italia è sempre stata un Paese di emigrazione, ma nei manuali di storia non se ne parla, si liquida il tutto in pochi paragrafi. Non si è ancora elaborata questa migrazione: da qui le difficoltà ad accettare la situazione attuale”.

Un lavoro di ricerca sul campo che ha preso molto tempo: “E che si è costruito nel tempo – continuano gli autori -: non avevamo un’idea definita, è nato tutto molto spontaneamente. Durante le nostre discussioni spesso tornavamo sul tema dell’aspetto multiculturale della Tunisia. E’ vero che ci sono specialisti in questo campo, ma volevamo fare una sorta di storia minore, mostrare alcuni aspetti del fenomeno migratorio per completare la storia ufficiale, fare parlare le persone che hanno vissuto questa emigrazione, soprattutto in un periodo in cui la retorica sull’immigrazione è enorme”.

L’emigrazione italiana in Tunisia si può suddividere in diverse fasi. Fino alla metà del XIX secolo la comunità italiana era costituita da ricchi mercanti ebrei toscani e italiani catturati dai corsari tunisini. Dal 1815 al 1861 arrivarono attivisti, politici, intellettuali, massoni. In particolar modo dal 1861 al 1881, la popolazione aumentò grazie all’arrivo di immigrati non qualificati dalle isole (tra cui Sicilia, Pantelleria, Sardegna, Procida). Dal 1870 al 1885 l’emigrazione siciliana si intensificò, a tal punto che nel 1901 vi erano 72 mila italiani, mentre i francesi erano solo 24 mila. Come ricorda Adrien Salmiei, i siciliani erano considerati il trait d’union tra colonizzatore e colonizzato. Tra il ‘43 e il ‘70, dopo la seconda guerra mondiale, la comunità italiana scomparve del tutto, a causa anche dell’ottenuta Indipendenza nel 1956, che mise gli italiani, soprattutto i piccoli braccianti che persero il lavoro perché il presidente Bourguiba dava precedenza ai tunisini, nelle condizioni di preferire l’emigrazione al rimanere in quella terra che li aveva accolti e dove dopo anni di sacrifici erano riusciti a sapersi valorizzare. La colonia italiana era multiforme ed eterogenea, spesso combattuta tra la fedeltà alla nazione italiana e l’assimilazione francese imposta dal colonialismo.

Il libro è un’opera corale e collettiva, scritta in italiano e francese: per la varietà linguistica tipica della comunità siciliana, gli autori hanno raccontato le varie testimonianze nella lingua o nel dialetto che meglio avrebbe espresso la storia, per dare il giusto spazio a ogni lingua. Diverse le sezioni che lo compongono: introducono Campisi e Pisanelli compiendo un excursus storico; nella prima parte “Parole di una storia ‘minore’”, ritroviamo le interviste ai residenti italiani della Casa di Riposo “Delarue – Langlois” di Radès, nella seconda parte le testimonianze di siciliani di Tunisia che vivono tra i due Paesi e il cui elemento comune è stata la difficoltà nell’aderire a un’identità unica, hanno vissuto il rientro in Italia o in Francia come una disfatta e una lacerazione; che non si riconoscono nel Paese Italia e questa estraneità è stata alimentata dall’accoglienza fredda delle autorità italiane, dal fatto che siano stati posizionati nei campi profughi e dal difficile inserimento in una società monoculturale a cui non erano abituati.

La terza parte “Gli italiani di Tunisia: tra Storia e Letteratura” è una selezione di testimonianze di italiani di Tunisia che hanno prodotto testi letterari, come Enzo Tartamella, che nel 2004 ha ricevuto il premio Unesco per la cultura, Luigi Biondo, direttore del museo “Pepoli” di Trapani e Marinette Pendola, scrittrice. La quarta parte contiene documenti di varia natura tra cui ritagli di giornali dell’epoca, un lessico siculo – Franco – arabo e ricette di cucina siculo – tunisina.  L’ultima parte è dedicata alla Goulette e al quartiere della “piccola Sicilia”, esempio di ascolto, conoscenza e rispetto dell’Altro.

Leggendo le storie dei vari siciliani di Tunisia, emerge la questione identitaria: si trovano persone che si considerano italiani anche se non hanno mai vissuto in Italia o ci sono state solo due o tre volte nel corso della propria vita; altre ancora che parlano della Tunisia come la loro vera e propria Patria e di una lacerazione e di un forte dolore nel doversene separare. Sono storie che mostrano che una visione diversa del Mediterraneo è possibile, un Mediterraneo in cui le relazioni umane si creano al di là della patria, della nazionalità, della frontiera, dell’identità e della rottura territoriale. “Il nostro è anche un libro di denuncia – spiegano gli autori –: abbiamo voluto denunciare come l’Italia ha reagito a questa storia di emigrazione. Si parla dell’emigrazione italiana in Argentina o negli USA, ma non di quella in Tunisia o in Africa in generale. E’ una denuncia contro il governo italiano dell’epoca che non ha saputo accogliere a dovere i propri cittadini, stipati in campi profughi in condizioni quasi disumane”.

Questi “italiani di Africa” venivano infatti smistati in diversi campi profughi tra il Nord e il Sud d’Italia e dovevano affrontare diverse difficoltà, tra cui anche una società che non vedeva di buon occhio questi “immigrati” che avevano vissuto per molto tempo in Africa, mentre da parte loro avevano una forte nostalgia per la Tunisia, Paese dalle radici culturali plurali che non riuscivano a ritrovare in Italia. Multiculturalità che era molto evidente alla Goulette, città costiera a pochi chilometri da Tunisi, dove saltava agli occhi il mélange comunitario, culturale, religioso e linguistico. E’ lì che si trova il quartiere della “piccola Sicilia”, nato attorno alla chiesa della Madonna di Trapani, dove il 15 agosto la processione con la Madonna veniva seguita da tutte e tre le comunità religiose. La stessa tradizione siciliana di preparare le uova di cioccolato e le bambole di zucchero la si ritrova ora nella città di Nabeul e anche diverse città tunisine presentano una complementarietà di prodotti, come il cous cous di pesce di Trapani che si ritrova alla Goulette e a Mahdia, i dolci di pasta di mandorla e gli elementi architetturali delle case.

Oltre all’aspetto di denuncia, il testo vuole sottolineare quello interculturale e interreligioso che ha caratterizzato la vita di quelli italiani di Tunisia e collegarsi all’attualità: “In copertina si nota il titolo di un articolo di giornale in cui si sottolinea come i ‘turisti clandestini’ provenienti dalla Sicilia attraversavano 250 chilometri di mare per arrivare al Cap Bon. I siciliani arrivavano in Tunisia come ora i migranti arrivano in Europa, con le stesse condizioni, le stesse paure e speranze. E’ una storia che si ripete”.

L’articolo è stato pubblicato originariamente sul blog La città nuova de Il Corriere della Sera

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