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Najla Hassen: «Sono nata in Italia, ma a sei anni i miei genitori mi hanno mandato a scuola in Tunisia, senza di loro. Una scelta che mi ha segnata : non fate lo stesso errore con i vostri figli»

Najla, 39 anni, mediatrice interculturale, è nata in Italia, ma all'età di sei anni i genitori l'hanno mandata in Tunisia, da sua nonna, per studiare, scelta che non condivide e che sconsiglia di fare ad altri genitori migranti. Ma lei dopo l'università è voluta ritornare in Italia : « Nessuno mi ha regalato nulla, ma ho scelto di vivere questo Paese : non sono di passaggio, la mia vita è qui ».

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Najla Hassen, 39 anni, mediatrice interculturale di Ragusa, italo – tunisina, è nata in Italia e cresciuta nel Belpaese fino all’età di sei anni. Fino al giorno in cui i suoi genitori decidono di mandarla a studiare in Tunisia. Una scelta che ha condizionato i suoi legami famigliari e la sua vita : « Gli effetti collaterali di questa scelta ci sono e ci saranno sempre. Mandare i figli a studiare nel proprio Paese d’origine non è una buona scelta, soprattutto se i genitori rimangono a vivere all’estero. Per i primi due anni sono stata con i miei nonni e le zie, poi è arrivata mia mamma: non la ricordo come una bella esperienza. Sono cresciuta lontana da moi padre, e così anche i miei fratelli : lui ha continuato a vivere e lavorare in Italia. Siamo cresciuti come degli estranei, lui lo era per noi, e noi per lui ».

Najla non condivide questa scelta e la sconsiglia : « Molti immigrati hanno paura che i propri figli crescendo in un Paese diverso dal proprio, possano perdere le proprie radici ; per quanto riguarda le ragazze c’è il timore che possano crescere con una mentalità occidentale ; in generale la paura di non poter più controllare i figli. Ma ormai il mondo è globalizzato : se una persona decide di avere un modo di pensare diverso da quello della comunità, qualsiasi essa sia, lo può fare, anche senza spostarsi, tramite internet ». E aggiunge : « Inoltre per un bambino la situazione che si crea è un caos. Parlo per me : mi rendo conto che avevo un’immagine diversa della famiglia, del vivere la vita quotidiana con i genitori, e quando mi sono resa conto che non era così, ho vissuto una certa sofferenza nella convivenza. Una sofferenza che ho riscontrato anche in altre situazioni, come le ragazze che vengono in Italia a una certa età e si ritrovano più controllate, e mi dicono che in Tunisia avevano più libertà ». Najla racconta di come la comunità tunisina, presente nella zona dove vive lei in Italia ora, sia molto controllante : «La famiglia diventa più chiusa, per paura del giudizio della comunità, di passare come dei genitori che non sono riusciti ad educare come si deve i propri figli . Io cerco sempre di spiegare questi aspetti ai genitori che vorrebbero mandare i propri figli a studiare in Tunisia o nel proprio Paese di origine, cerco di dissuaderli da questa scelta per le conseguenze che poi avrebbe sui loro figli».

Najla, la cui famiglia è originaria di Chebba (Mahdia), in Tunisia ha frequentato l’equivalente del Liceo scientifico, per poi iscriversi alla Facoltà di Scienze matematiche e informatica : « Sin dalla prima elementare fino all’università me la sono sempre cavata da sola, non c’era possibilità che qualcuno mi seguisse durante gli studi. Ho lasciato l’Università e mi sono iscritta, per due anni, a un corso sulle Arti e le tecniche del vetro soffiato, specializzandomi nel vetro a caldo, per diventare un’artigiana del vetro ». Nel 2006 decide di ritornare in Italia: « Volevo più libertà di quella che ero riuscita a conquistare in Tunisia. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, anche se ero abbastanza libera rispetto alle ragazze della mia età, ma non mi piaceva come venivo controllata e giudicata. La donna rispetto all’uomo, a parità di ciò che si fa, viene giudicata, mentre sull’uomo scivola tutto.

Un avvenimento che mi ha segnato molto è stato ciò che è successo a una mia cugina : lei faceva judo, era molto brava, gareggiava a livello nazionale. Un giorno si presenta un cugino della madre, molto più grande di lei, chiedendola in matrimonio. Il padre le disse che non aveva altra scelta, che nessuno l’avrebbe voluta come moglie, perché fino a quel momento aveva sempre fatto ciò che voleva. Si è sposata ma non era convinta, al matrimonio piangeva. Lei semplicemente praticava judo, faceva le gare, andava al mare, eppure veniva considerata una persona non seria. Anche sul bere alcolici e sul fumare, se non sei di una famiglia ricca sei spacciata : da questo genere di valutazione si salvano solo le ragazze di un certo ceto sociale. Non parliamo poi delle ragazze madri, che devono allontanarsi dalla città di origine. Anche la questione dell’eredità mi fa arrabbiare, che l’uomo erediti più della donna. Ecco, tutti questi aspetti non mi piacevano. Devo dire che ho avuto la fortuna di aver incontrato sulla mia strada dei docenti che hanno seminato in me pensieri di libertà ».

Najla Hassen

« Mi sono sposata con un uomo tunisino : era colto, pensavo che sarebbe andato tutto bene. Invece non è andata così : mi sono ritrovata in trappola e ho deciso di divorziare. La famiglia mi diceva di avere pazienza, ma io ho scelto di pensare al mio bene e non fare il gioco della mia cultura d’origine. Ero io quella sbagliata e poco di buono, il mio ex marito aveva anche messo delle maldicenze in giro. Mi sono detta che comunque non ero da sola : ho i miei amici, il mio lavoro, mentre altre donne purtroppo si trovano costrette a rimanere dentro un matrimonio infelice. Per molti purtroppo poi siamo un visto per arrivare in Europa. Ora che ho la cittadinanza italiana ancora di più : mi scrivono ragazzi molto più piccoli di me, da una parte questa cosa fa sorridere, dall’altra fa male ».

Najla da febbraio 2021 è infatti anche cittadina italiana : « I miei genitori hanno scelto per me, non hanno mai pensato di fare richiesta per la cittadinanza. Avevo il permesso di soggiorno ; la cittadinanza l’ho ottenuta con i dieci anni di residenza e il reddito necessario. Sono arrivata in Italia tramite un visto di lavoro, con il decreto flussi : moi padre aveva fatto domanda nel 2004. Non è semplice arrivare in modo regolare. Appena arrivata ho lavorato per 18 mesi in campagna : un’esperienza pesante, ma molto utile. Ho lavorato poi come lavapiatti e nel settore del turismo. Dal 2015 lavoro come mediatrice interculturale per organizzazioni umanitarie come Medu – Medici per i diritti umani e Terres des hommes. La maggior parte dei migranti lavora in campagna, raccogliendo i prodotti agricoli come ho fatto io. Racconto loro della mia esperienza, che si può cambiare, non per forza fare tutta la vita quel tipo di lavoro : si rendono conto che una possibilità c’è. Questo periodo è un po’ particolare : per l’accoglienza degli ucraini ci si è subito attivati, ne sono contenta, ma è come se ci fossero due pesi e due misure : per altre guerre si fa fatica ad attivare dei corridoi umanitari per far arrivare le persone. Tutti hanno aperto le porte delle loro case, invece spesso si fa fatica a trovare famiglie ospitanti per altri migranti ».

In Tunisia, Najla c’è stata l’ultima volta a gennaio di quest’anno : « I miei genitori vivono in Tunisia ora, dato che mio padre è in pensione, ma vengono spesso in Italia. Sono rimasta un po’ delusa, dopo la rivoluzione tutto è cambiato e secondo me la condizione della donna è peggiorata. Ricordo nell’estate 2013, stavo attraversando la strada in costume da bagno e una donna, che non conoscevo, a bordo di una macchina, si è fermata per insultarmi, dicendomi di coprirmi ».

Najla Hassen con al collo una sua creazione

Per quanto riguarda invece il suo lato d’artista, Najla ha un suo laboratorio, dove utilizza la tecnica Tiffany : « Partecipavo a qualche evento, ma da tre anni a questa parte ho poco tempo, lavoro parecchio. Per non perdere la manualità, ogni tanto faccio qualche esperimento personale, o creo qualcosa da regalare ai miei amici. Mi ritengo fortunata : non lavoro solo per sopravvivere, ma mi dedico anche ad altro, quando posso viaggio, vado a teatro, leggo. Anche comprare un libro per uno straniero può essere un lusso, per una persona che deve pagare tutto, senza nessun aiuto esterno. Conosco persone che vivono qui da più di vent’anni e non hanno mai mangiato una pizza fuori, ad esempio. Non è così semplice, soprattutto per chi continua a pensare che prima o poi tornerà nel proprio Paese d’origine, e investe i suoi risparmi in una casa in cui andrà a vivere un mese all’anno. Nessuno mi ha regalato nulla, ma ho scelto di vivere il Paese : non sono di passaggio in Italia, voglio continuare a vivere qui ».

Potete seguire Najla su questa pagina facebook, dove trovate le sue creazioni, oppure su facebook con l’hashtag #diariodiunamediatrice troverete diversi racconti inerenti alla Tunisia ma anche al suo lavoro, come quello qui di seguito, molto bello

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