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Guerra in Ucraina, crisi del grano e instabilità in Tunisia

Uno sguardo al contesto globale con un focus sul Paese nordafricano, già provato dalla crisi economica e ora esposto a nuovi aumenti dei prezzi di importazione. Tra dipendenza dal grano ucraino e dipendenza dai prestiti esteri, in Tunisia la bomba sociale rischia di esplodere

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Guerra, prezzi del grano in aumento, insicurezza alimentare, fame e proteste sociali. Il conflitto in corso in Europa, finora circoscritto ai confini dell’Ucraina, rischia di avere un impatto socio-economico negativo sui Paesi che dipendono dalla Russia e dall’Ucraina per l’importazione di cereali. Tra quelli più esposti e vulnerabili in Africa e Medio Oriente, oltre ad Egitto, Libano, Yemen ed Eritrea, c’è anche la Tunisia, già attraversata da una lunga e profonda crisi economica aggravata dalla pandemia. Il Paese nordafricano, con un’economia fragile, un debito pubblico sempre più elevato, alti tassi di disoccupazione e un’inflazione in continua crescita, acquista dall’Ucraina il 50% del suo mais, mentre Ucraina e Russia insieme assicurano oltre il 40% del suo fabbisogno di grano. Ora, importare cereali in Tunisia rischia di diventare sempre più costoso.

Aumento dei prezzi

Nel primo giorno di guerra, il prezzo del grano sul mercato europeo ha raggiunto il suo massimo storico, 344 euro a tonnellata. Qualche settimana dopo, si è registrato un nuovo record di 430 euro a tonnellata. Se è vero che queste cifre non si vedevano dalla crisi alimentare mondiale del 2008, nel suo ultimo report, la FAO (Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite) precisa che “le quotazioni internazionali delle esportazioni dei prodotti alimentari di base hanno registrato aumenti quasi ininterrotti a partire dalla seconda metà del 2020”. I mercati globali di cereali e oli vegetali sono stati tra i più colpiti. Nel 2021, il prezzo internazionale del grano era già aumentato del 31% rispetto al 2020, per via di una crescita della domanda a fronte di un’offerta inferiore (dovuta anche agli effetti del cambiamento climatico in alcuni Paesi produttori del Sud America).

Quali rischi

La guerra in Ucraina aggrava, quindi, una situazione di per sé già complicata. Considerando che questo Paese è uno dei maggiori produttori mondiali di grano, mais, semi di girasole e olio di girasole, è evidente che dalla durata e dall’intensità del conflitto dipenderà la sua capacità di produrre ed esportare. A ricordarlo è stato lo stesso primo ministro ucraino, Volodymyr Zelensky, in un passaggio del suo discorso al Parlamento italiano, lo scorso 22 marzo: “Come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Come possiamo coltivare quando il nostro nemico distrugge i nostri campi? Non sappiamo quando avremo la raccolta e se potremo esportare prodotti assolutamente necessari per la vita”. Se il raccolto del grano prima della guerra è stato buono sia in Russia che in Ucraina, l’escalation del conflitto ha portato alla chiusura dei porti e renderà sempre difficile e più costoso esportare attraverso il Mar d’Azov e il Mar Nero (da cui passa il 95% dell’export di grano ucraino). Di conseguenza, nel lungo periodo lo spazio nei granai potrebbe essere insufficiente per ospitare il nuovo raccolto.

Allo stesso tempo, l’Ucraina potrebbe non riuscire affatto a produrre, perché le principali zone coltivate sono anche tra le più colpite dai bombardamenti russi, con effetti già visibili in termini di sfollati interni, danni alle infrastrutture civili e restrizioni alla circolazione di persone e merci. Le regioni di Vinnytsya, Donetsk, Zaporizhzhya, Kirovohrad, Mykolaiv, Kherson e Kharkiv hanno assicurato la metà della produzione totale di grano nel 2020. Secondo le valutazioni della FAO, a causa della guerra in corso, “tra il 20% e il 30% delle superfici coltivate a cereali invernali, mais e semi di girasole in Ucraina non sarà utilizzabile per la semina o il raccolto durante la stagione 2022-23”. Inoltre, sembrano destinati ad aumentare altri costi, tra cui quello del gas e quindi quello dei fertilizzanti di importazione russa, con effetti negativi sui costi di produzione agricola all’interno dei singoli paesi e un’ulteriore crescita dell’inflazione.

Se manca il pane

Per tutte queste ragioni, il rischio di insicurezza alimentare * a livello globale è reale: “Le prime vittime del deterioramento della situazione alimentare saranno molto probabilmente i civili ucraini – scrive su The Conversation Christian de Perthuis, economista esperto di cambiamenti climatici e già consulente del Governo francese – Ma l’ondata distruttiva della guerra minaccia di peggiorare la malnutrizione ben oltre i confini dell’Ucraina”. Con una particolarità, secondo de Perthuis: “Dagli anni ’50, la fame nel mondo è il risultato della povertà, non di una carenza del quantitativo globale di cibo. A medio termine, la guerra in Ucraina rischia di far riapparire un tale deficit sul mercato del grano”. “Le conseguenze della guerra – ha ricordato anche Zelensky all’Italia il 22 marzo – si sentono in diverse parti del mondo e non solo in Europa, parliamo della fame che si sta avvicinando per diversi Paesi. Questo problema riguarda anche i vostri vicini dall’altra parte del mare”. Lasciando intendere che la crisi alimentare potrebbe tradursi in una crisi prima umanitaria e poi migratoria.

In Tunisia, l’aumento dei prezzi di importazione, insieme al caro energia e ad altri fattori interni (tra cui vari episodi speculativi), in questi mesi aveva già provocato una carenza di farina, semola, pane. Dopo lo scoppio della guerra, ha portato a razionare ulteriormente, in via preventiva, alcuni prodotti alimentari come la pasta. Nonostante il Ministero dell’Agricoltura tunisino abbia assicurato che ci sono scorte sufficienti di grano duro fino a maggio e di grano tenero fino a giugno, preoccupa la capacità del Governo di assicurare la disponibilità di generi alimentari a prezzi contenuti. Il che si lega alla questione della sicurezza alimentare e della stabilità sociale, in un Paese in cui le fasce più povere della popolazione comprano soprattutto pane e pasta, prodotti meno nutrienti ma più economici. Tra il 2019 e il 2020, la Tunisia ha registrato un aumento della malnutrizione dovuto a diversi cicli di crisi economica e alle condizioni climatiche estreme.

Tra sussidi e prestiti esteri

Di fronte all’impennata dei prezzi e alla potenziale mancanza di materie prime, oltre a diversificare le fonti di approvvigionamento di grano puntando sulle importazioni dall’America Latina, una delle sfide principali per la Tunisia (che accomuna molti Paesi del Nord Africa) sarà riuscire a mantenere in piedi il sistema dei sussidi statali, che finora ha permesso di calmierare i prezzi al consumo. “Il timore principale scrive Aldo Liga, Research Fellow sul Medio Oriente e il Nord Africa per ISPI – è che l’impossibilità di far fronte a importazioni sempre più care possa far crollare l’impalcatura dei sussidi e sfociare quindi in un aumento dei prezzi al consumo o in un ulteriore aumento del debito pubblico”.

Il rapporto tra debito pubblico tunisino e PIL supera già l’80%. In questi anni, per la tenuta del bilancio statale è stato necessario l’intervento del Fondo Monetario Internazionale (FMI). E ora il Paese, declassato lo scorso ottobre dall’agenzia di rating Moody’s e poi a marzo dall’agenzia Fitch (il che ha spinto molti fornitori a chiedere il pagamento anticipato delle merci), si trova a negoziare con il FMI un nuovo ciclo di prestiti. Prestiti che potrebbero essere vincolati proprio a riforme strutturali dolorose come il taglio dei sussidi statali, fondamentali per garantire l’accesso della popolazione al pane e scongiurare rivolte. In attesa di conoscere l’esito dei negoziati, tra crisi istituzionale e crisi economica, tra dipendenza dal grano ucraino e dipendenza dagli aiuti esteri, la Tunisia fatica a tenersi in equilibrio, con una bomba sociale che rischia di esplodere.

* Le ultime simulazioni della FAO evidenziano che “uno scenario di riduzione improvvisa e prolungata delle esportazioni alimentari potrebbe esercitare nuove pressioni al rialzo sui prezzi internazionali della materie prime, in particolare a danno dei paesi più vulnerabili (…) il numero globale di persone denutrite potrebbe aumentare di 8-13 milioni nel 2022/23, con gli aumenti più pronunciati che si verificano nell’area dell’Asia-Pacifico, seguita dall’Africa subsahariana, Vicino Oriente e Nord Africa”.

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