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Tunisia al voto, se a perdere è la libertà di stampa

Deterioramento del sistema democratico, riforma costituzionale, attacchi contro i giornalisti, nuove leggi repressive. Così il diritto di informare e di essere informati è a rischio

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Se intendiamo la democrazia come un esercizio quotidiano, monitorare attivamente e con costanza lo stato effettivo dei diritti acquisiti e costituzionalmente garantiti ci permette di capire in che direzione va un Paese. Per questo, oltre ad analizzare i risultati delle elezioni legislative in Tunisia, può essere utile verificare la trasparenza del processo elettorale in termini di libertà di stampa, con uno sguardo al contesto generale in cui si inserisce la copertura mediatica di questo singolo evento.  

Elezioni, tra regole confuse e controversie 

“Il nostro obiettivo non è influenzare l’elettorato, ma spiegare all’opinione pubblica internazionale il processo elettorale (…) Ci teniamo a ribadire l’importanza della libertà di stampa, ma anche del diritto a essere informati, in Tunisia e nel mondo”. Lo scorso 7 dicembre, a pochi giorni dalle elezioni legislative anticipate, l’Associazione dei corrispondenti stranieri in Nord Africa (North African Foreign Correspondents’ Club, NAFCC) ha espresso la sua preoccupazione per le difficoltà riscontrate nella copertura della campagna elettorale. In particolare, per via delle tante interviste negate ai giornalisti, sulla base di alcune linee guida diffuse dall’Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni (ISIE), che vietavano ai “candidati in territorio tunisino di rivolgersi alla stampa straniera”. Stando al comunicato del NAFCC, l’ISIE avrebbe poi offerto come possibile soluzione il sorteggio, in presenza di un ufficiale giudiziario, dei candidati da intervistare. Una procedura che i giornalisti hanno considerato “irrealizzabile per la nostra professione”.  

Nelle scorse settimane, l’ISIE era stato anche protagonista di una controversia con l’Alta Autorità Indipendente per la Comunicazione Audiovisiva (HAICA), proprio sulla definizione delle regole da seguire nel periodo precedente al voto. Se in base alla legge elettorale, ISIE e HAICA * sono tenute ad emettere linee guida congiunte, per “divergenza di opinioni” l’HAICA aveva diffuso in autonomia una serie di norme sulla copertura mediatica audiovisiva della campagna. A questo proposito, l’organizzazione ARTICLE 19, impegnata nella difesa della libertà di espressione e di informazione, aveva commentato che “il disaccordo tra i due organismi ha un grave impatto non solo sul panorama mediatico, ma anche sul processo elettorale, sui diritti dei cittadini ad accedere alle informazioni sui candidati e sulla fiducia dei cittadini negli organismi indipendenti, le cui funzioni più importanti sono promuovere la democrazia e garantire il pluralismo politico nella sfera pubblica”. 

Manifesto elettorale di un candidato, La Marsa – photo credits Alice Passamonti

Passi indietro nel 2022 per la libertà di stampa

La Tunisia, che con la Rivoluzione del 2011 ha conquistato diritti politici, libertà civili e decine di posizioni nelle classifiche di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa, nell’ultimo World Press Freedom Index ha perso 21 posizioni rispetto all’anno precedente e sta vedendo un ulteriore deterioramento della libertà di stampa nel 2022. Tra le cause, la natura della nuova Costituzione tunisina che si inserisce nel quadro di un progressivo smantellamento delle istituzioni democratiche nel Paese (sospensione del Parlamento e scioglimento del Consiglio Superiore della Magistratura sono alcune delle misure eccezionali adottate), avviato a partire dal colpo di forza del Presidente Kais Saied nel luglio 2021. 

La nuova Costituzione riconosce a Kais Saied un potere quasi incontrollato, tra cui quello di proporre a approvare decreti, e cambia profondamente gli equilibri tra presidente, primo ministro e parlamento in senso autoritario. In materia di libertà di espressione, informazione e pubblicazione, il testo costituzionale sembra garantire gli stessi diritti del precedente. A cambiare, almeno sulla carta, è solo la numerazione degli articoli (gli articoli 31 e 32 diventano rispettivamente 37 e 38). Tuttavia, come emerge da un’analisi dell’organizzazione Committee to Protect Journalists (CPJ), diversi fattori mettono in pericolo la libertà di espressione e di stampa, che già in questi anni non era pienamente garantita. La nuova Costituzione non fa riferimento a diverse commissioni costituzionali create nel 2014, tra cui la Commissione sui diritti umani e l’Alta commissione per la comunicazione audiovisiva, né menziona l’indipendenza del sistema giudiziario, a garanzia del giusto processo anche nei casi di violazioni contro i giornalisti e la stampa. Inoltre, secondo quanto dichiarato dal presidente del Sindacato Nazionale dei Giornalisti Tunisini (SNJT) alla CPJ, “la nuova costituzione diminuisce ulteriormente la protezione dei giornalisti e la libertà di pubblicazione, utilizzando un linguaggio vago che potrebbe portare alla condanna di giornalisti con accuse non correlate al giornalismo”. 

Una crescente intolleranza nei confronti dei giornalisti e delle voci critiche

In generale, nel Paese si osserva una crescente intolleranza nei confronti dei giornalisti e delle voci critiche, con violazioni, attacchi quotidiani e procedimenti giudiziari. Spesso i giornalisti sono detenuti per “motivi di sicurezza nazionale” e “attacco alla morale pubblica”. In base alle cifre fornite dal SNJT, il 25 luglio 2022 si è registrato il maggior numero di violazioni avvenute in un solo giorno. In quell’occasione, diversi cronisti tunisini e stranieri impegnati nella copertura mediatica del referendum costituzionale avevano segnalato problemi nel fare interviste e foto all’interno dei seggi elettorali e il Sindacato era intervenuto per chiedere all’ISIE il rispetto del diritto di informare. Sempre secondo il SNJT, le aggressioni sono raddoppiate nel 2022, in un clima di sostanziale impunità. 

Tra i casi di giornalisti arrestati, interrogati, condannati: lo scorso marzo, l’unità antiterrorismo convoca il giornalista di Mosaique FM, Khalifa Guesmi, per interrogarlo in merito alle fonti di un suo articolo sull’arresto di sospetti terroristi. Guesmi si appella alla legge antiterrorismo che prevede l’immunità per i giornalisti che si rifiutano di rivelare le proprie fonti quando si parla di terrorismo. Il giornalista, detenuto per 5 giorni, va a processo nell’ottobre del 2022. Lo scorso novembre è stato condannato a un anno di carcere. Ad aprile, la giornalista Charahzed Akacha viene arrestata, e poi rilasciata, dopo aver criticato la polizia e il ministro degli Interni in un post su Facebook. L’arresto provoca la rabbia di attivisti e colleghi. Ad agosto, il Tribunale militare di Tunisi condanna a tre anni di carcere Salah Attia, caporedattore del sito web locale di notizie indipendenti Al-Ray al-Jadid, per “aver accusato funzionari pubblici di azioni illegali e aver danneggiato la morale e la reputazione dell’esercito”. Lo scorso settembre, il giornalista Ghassen Ben Khelifa, caporedattore del sito web Inhiyaz, viene arrestato in seguito a un raid della polizia, che sequestra i computer e perquisisce la sua abitazione. Detenuto per 5 giorni sulla base di ambigue accuse di terrorismo, viene rilasciato su cauzione. Pochi giorni prima dell’arresto, Khelifa aveva pubblicato un articolo in cui criticava il referendum costituzionale di luglio. 

Manifesto contro Decreto 54: la società civile afferma che il decreto è contro la libertà di espressione e i giornalisti

Un decreto legge repressivo 

Oltre alle nuove disposizioni costituzionali, nel quadro di un complessivo deterioramento del sistema democratico, e ad azioni mirate contro i giornalisti, a destare molte preoccupazioni è il Decreto n.54 sulla “lotta contro i reati relativi ai sistemi di informazione e comunicazione”, approvato il 13 settembre. Al suo articolo 24, il testo stabilisce che “chiunque utilizzi deliberatamente reti e sistemi di informazione e comunicazione per produrre, promuovere, pubblicare, trasmettere o preparare notizie, dichiarazioni, voci o documenti falsi, artificiosi, falsamente attribuiti ad altri allo scopo di attentare ai diritti altrui, di danneggiare la sicurezza pubblica o la difesa nazionale, o di diffondere il terrore tra la popolazione, è punito con la reclusione di cinque anni (che può arrivare fino a 10 anni nel caso in cui l’offesa sia rivolta ad un pubblico ufficiale, ndr) e con una multa di 50.000 dinari” (circa 15.000 euro). 

Con il pretesto di contrastare la disinformazione online e la diffusione di fake news, il decreto rischia in realtà di diventare un ulteriore strumento nelle mani del potere per silenziare la libertà di espressione e di stampa in Tunisia. Poche settimane dopo la sua approvazione, il testo ha trovato una prima applicazione nel caso del giornalista Nizar Bahloul, caporedattore del sito web online Business News, indagato per un articolo critico nei confronti del primo ministro, Najla Bouden. 

In questi mesi, molte organizzazioni tunisine e internazionali si sono opposte alla nuova norma, considerata ambigua soprattutto rispetto alla definizione di fake news e quindi soggetta ad interpretazioni arbitrarie. “Poiché le sue disposizioni sono così ampie e vaghe, il decreto apre la porta alla criminalizzazione del lavoro di giornalisti, attivisti e critici, sottoponendoli a lunghe pene detentive e multe eccessive”, ha dichiarato in un comunicato Said Benarbia, direttore del programma MENA dell’International Commission of Jurists. Anche Reporters Sans Frontières e un gruppo di altre 30 realtà tra cui il Forum tunisien des droits économiques et sociaux, il Media Development Center, l’Union Tunisienne des Médias Associatifs, l’International Federation of journalists, Amnesty International e il Syndicat National des Journalistes Tunisiens, hanno criticato duramente il testo e chiesto il ritiro del decreto legge “che minaccia la libertà di stampa, una delle conquiste più preziose della rivoluzione democratica del 2011” (…)  “Le disposizioni della legge – si legge ancora nella dichiarazione congiunta – sono in flagrante violazione degli articoli 37, 38 e 55 della Costituzione tunisina e dell’articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che la Tunisia ha ratificato”.  

A pochi giorni dalle elezioni legislative, cinque organizzazioni tunisine, Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), Associazione Nazionale Tunisina degli Avvocati (ONAT), Federazione Tunisina degli Editori di Giornali, Sindacato Nazionale dei Giornalisti Tunisini (SNJT) e Lega Tunisina per la Difesa dei Diritti Umani (LTDH), sono tornate a ribadire la necessità di ritirare il decreto, sottolineando che la legge non minaccia solo il diritto dei giornalisti di informare, “ma anche il diritto dei cittadini di accedere ad un’informazione verificata e a un dibattito pubblico sulla gestione della crisi attuale”. In attesa di sapere quali candidati vinceranno le elezioni ed entreranno in Parlamento, l’impressione è che nel frattempo a perdere sia la libertà di stampa e quindi un po’ la democrazia. 

Per approfondire, sul sito del Tahrir Institute for Middle East Policy (TIMEP) è disponibile il documento “Universal Periodic Review – Republic of Tunisia” presentato alle Nazioni Unite da TIMEP, CPJ e SNJT, contenente un riferimento al quadro normativo, un excursus dettagliato delle violazioni dal 2017 ad oggi e importanti raccomandazioni per arrivare ad una piena tutela della libertà di espressione e di stampa e ad una piena indipendenza dell’HAICA.

© Riproduzione riservata

  • ISIE e HAICA sono due organismi indipendenti creati dopo la rivoluzione e inseriti nel quadro del Progetto di sostegno agli organismi indipendenti in Tunisia (PAII-T), un programma congiunto di Unione Europea e Consiglio d’Europa. L’ISIE ha il compito di garantire elezioni libere, eque e trasparenti. Mentre l’HAICA ha il compito di garantire la libertà e il pluralismo della comunicazione audiovisiva in conformità con le leggi e con le convenzioni internazionali ratificate dalla Tunisia. 

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