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Tunisia, “L’isis è in noi: è la somma dei nostri fallimenti”

L'attacco del 15 marzo 2015 al Museo del Bardo è stato rivendicato dall'Isis, il cosiddetto Stato islamico. Nel 2015 Hassan Arfaoui, giornalista, allora direttore di redazione del settimanale tunisino “Réalités” aveva scritto un editoriale provocatorio, “Daech est en nous”, “Daech è dentro di noi”.

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L’attacco del 15 marzo 2015 al Museo del Bardo è stato rivendicato dall’Isis, il cosiddetto Stato islamico. Su Daech (o Daesh), acronimo in arabo di “al Dawal al islamiya fi Iraq wa al Sham”, ossia “lo Stato Islamico in Iraq e Levante”, nel 2015 Hassan Arfaoui, giornalista, allora direttore di redazione del settimanale tunisino “Réalités” aveva scritto un editoriale provocatorio, “Daech est en nous”, “Daech è dentro di noi”.

La Tunisia è nota per essere tra i Paesi che hanno fornito il maggior numero di foreign fighters. Emna Ben Mustapha Ben Arab nella pubblicazioneRitornati nel Maghreb: comparando le politiche sul ritorno dei foreign fighters in Egitto, Marocco e Tunisia”, parla di “6 mila persone partite per la Siria e l’Iraq, secondo il Soufan Group, nel 2015, 7 mila secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite”. Numeri che “sono stati rivisti e si aggirano sui 3 mila secondo le autorità tunisine, anche se rimangono senza precedenti” (….) “A ciò si aggiungono tra i mille e i 1.500 tunisini che hanno raggiunto le file di gruppi jihadisti nella vicina Libia”. E aggiunge: “Nonostante la partecipazione dei tunisinicome foreign fighters nelle guerre non sia un fenomeno nuovo, non è mai arrivato ai livelli della mobilitazione post 2011”.

Lungi dall’escludere del tutto l’Occidente dalle responsabilità per quello che sta accadendo, nell’editoriale di Arfaoui si legge anche una forte autocritica rivolta alla stessa società tunisina: “Senza voler assolvere l’Occidente dalle responsabilità nel rafforzamento di questo fenomeno (….), Daech è dentro di noi. E’ la somma dei nostri fallimenti, delle nostre debolezze individuali e collettive, della nostra indigenza politica, economica, culturale e religiosa”. E conclude: “E’ per questo motivo che la lotta contro Daech “dentro di noi” deve cominciare con una riforma necessaria ed urgente del discorso politico, ma soprattutto, religioso”.

Cosa intende con la sua affermazione “Daech è dentro di noi?”

Non dico che Daech siamo noi, ma che è dentro di noi. Parlando in termini generali, le società musulmane e le loro élite tendono a spiegare tutto quello che accade di negativo come una cospirazione occidentale, come con Al Qaeda e Bin Laden. Dobbiamo smettere di dare la colpa dei nostri malesseri a dei fattori esterni. Se non cominciamo a criticare la nostra società, il nostro rapporto con la religione, saremo sempre immaturi. Il pensiero integralista è stato prodotto dalla nostra società: ci sono dei fattori interni che hanno permesso che si sviluppasse. Per prima cosa, gli anni della dittatura: proibendo la libera espressione, il libero pensiero e lo spirito critico, hanno provocato un fallimento sul piano educativo e hanno favorito quello che possiamo definire il “pensiero magico”, ossia non razionale, ma escatologico, degli ultimi anni. Quindi da una parte vi è la responsabilità della dittatura, ma dall’altra ci sono anche i partiti che strumentalizzano la religione per arrivare al potere. Quando si accetta che la religione venga strumentalizzata, poi si arriva a fenomeni come quello di Daech. Certamente Daech non ha a che vedere con l’Islam: possiamo dire che ricorda i movimenti terroristici come le Brigate Rosse in Italia.

Daech è un movimento terrorista internazionale che ricorda quello che è successo in Europa negli anni Ottanta: la differenza è che lì quei movimenti non hanno trovato terreno fertile per svilupparsi e si sono spenti da soli ed ora l’Occidente si trova in una situazione di pace, mentre l’Oriente si militarizza sempre di più e questi movimenti prosperano soprattutto in Medio Oriente. La situazione è molto complessa. Per uscirne, bisogna fare una critica sul versante della religione. La religione deve essere un rifugio spirituale e tenersi a distanza dalla politica e dalla lotta per il potere. Prima della rivoluzione, con Ben Alì, la religione era sottomessa alla politica, ora accade il contrario: la politica è sottomessa alla religione. Sono le due facce della stessa medaglia: del dispotismo e del totalitarismo. Per allontanarsi dalle ideologie che strumentalizzano la religione bisogna rinnovare l’Ijtihad, l’interpretazione”.

Molti giovani tunisini sono partiti per arruolarsi nelle forze di Daech. Secondo Lei a cosa è dovuto questo fenomeno?

E’ un fenomeno molto complesso: i giovani sono stati messi ai margini, non hanno un loro spazio nella società, sono alle prese con la disoccupazione, il sistema educativo fallimentare, il fatto che non si riconoscano in nessun partito politico. Sono stati i giovani a far cadere il regime, che hanno affrontato i proiettili a mani nude e si sono sollevati per vendicare la morte di Bouazizi (Mohamed Bouazizi, il giovane di Sidi Bouzid che dandosi fuoco ha dato il via alle rivolte, ndr). Questi giovani si sono ritrovati con un nulla di fatto in mano, come se la rivoluzione fosse stata loro rubata. A ciò si aggiunge il fatto che le porte per l’Europa sono bloccate rispetto al passato: per la mia generazione era semplice andare in Italia, mentre ora l’Europa è diventata una fortezza. Questi giovani non trovano delle risorse né all’interno del Paese né verso l’Europa e si lasciano conquistare dalle ideologie del combattimento e dalla propaganda jihadista.

Vi è l’irresponsabilità degli attori politici islamisti che hanno, direttamente o meno, incoraggiato questi giovani. Sono giovani che non hanno uno spirito critico, come spiegavo prima, a causa della dittatura, spirito che impedirebbe loro di farsi affascinare da questi appelli. La loro comprensione dell’Islam è molto rudimentale, non hanno delle loro opinioni. L’Islam negli ultimi anni è stato ridotto dagli islamisti a ciò che è lecito e ciò che non lo è (halal e haram, ndr), un Islam “self service”, contro ogni tipo di cultura. Questi giovani ascoltano gli islamisti che li manipolano e che riducono l’Islam all’ideologia del combattimento. A ciò si aggiunge il “romanticismo rivoluzionario” tipico della giovinezza. Non ci sono più dei movimenti che si ispirano a degli ideali di sinistra, ma solo dei movimenti islamisti. Come ha detto Olivier Roy, l’islamismo è il solo terreno dove si può esprimere il proprio spirito rivoluzionario”.

Qual è la soluzione per fermare questo fenomeno?

Dare ai giovani la speranza: la maggior parte di questi “jihadisti” provengono da regioni svantaggiate. Bisogna dare loro delle prospettive: la possibilità di un lavoro, di crearsi una famiglia, di accedere ai beni di consumo. Il governo deve rispondere alle aspettative della rivoluzione, che finora sono state ignorate: non è stato fatto nulla né per queste regioni, né per i giovani. Questo porterà, per le elezioni, ad un forte assenteismo e ad un voto in direzione populista. Molti giovani voteranno l’Ulp, l’Unione del Popolo Libero, poiché non hanno più fiducia nei partiti politici tradizionali.

Oltre allo sforzo interno, uno sforzo deve venire anche dall’Europa: dovrebbe investire in una sorta di “piano Marshall” in Tunisia, per sviluppare queste regioni, maggiori esportatrici di immigrazione. Investendo si aiuterebbero le persone a restare nel proprio Paese, attraverso progetti di sviluppo a lungo termine. E’ a partire dalla Tunisia che si gioca la partita per i rapporti con l’Europa. La Tunisia sta cercando di realizzare le idee di libertà, fraternità ed uguaglianza e l’Unione Europea ha ogni interesse affinché ciò sia possibile. Bisogna investire affinché il Mediterraneo non sia più un cimitero a cielo aperto per le popolazioni del Sud, ma sia davvero “Mare Nostrum”, il mare di tutti”.

L’intervista è stata raccolta nel 2015 per Lettera43.it e riproposta qui integralmente.

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