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Un divano a Tunisi: una commedia dolce amara sulla società tunisina

Un film dove la protagonista deve riallacciare il legame con le sue radici e che mostra la società tunisina del post Rivoluzione con le sue contraddizioni

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Un divano a Tunisi è una commedia della regista franco tunisina Manel Labidi, che ha voluto portare sullo schermo “l’impatto della Rivoluzione tunisina sulle persone, dal punto di vista psicologico”. Racconta la storia di Selma, emigrata in Francia con la famiglia all’età di dieci anni, che decide di ritornare in Tunisia ed aprire uno studio come psicanalista a Ezzahra. Il titolo richiama al fatto che i pazienti di Selma si accomodano sul divano per raccontarsi, ma nel titolo originale, Arab blues, il divano non è menzionato ma piuttosto l’atmosfera della nuova città. Un progetto che si rivelerà più arduo del previsto: dovrà fare i conti non solo con la famiglia – la zia dice al marito “Dille qualcosa, non può aprire uno studio sul nostro tetto, abbiamo delle figlie, non possono andare avanti e indietro degli sconosciuti” -, ma anche con le ritrosie iniziali dei cittadini. Ma soprattutto dovrà affrontare la burocrazia infinita tunisina e uno zelante poliziotto, ritrovandosi in situazioni quasi surreali, (purtroppo) famigliari per chi conosce il Paese e lo ha vissuto nella sua quotidianità.

Si ride per quasi tutto il film, riconoscendosi in diverse situazioni, riflettendo sullo stato di un Paese che mostra le sue contraddizioni, ma che nonostante tutto entra nel cuore. I temi affrontati sono diversi, portati sullo schermo dai vari personaggi che Selma incrocia sulla sua strada. Di primo impatto alcune situazioni possono sembrare esasperate – come l’impiegata statale a cui Selma porta la pratica per regolarizzare l’apertura del suo studio, che non sembra avere molta voglia di lavorare e che apre un cassetto cercando di venderle della biancheria importata dalla Turchia o dei foulard -, o la scena in cui la giovane viene fermata dalla polizia che le fa un alcoltest che, a causa dei tagli del budget, consisterà nel soffiare vicino alla faccia del poliziotto.

Una scena dal film Un divano a Tunisi

 

La cugina Olfa, che porta il velo – ma più avanti si rivelerà essere una scelta non propriamente religiosa -, alla risposta di Selma di essere in Tunisia per lavorare, ribatte “qui non c’è lavoro”, rappresenta la gioventù del Paese, che fatica ad emergere e a trovare il proprio spazio nella società, sognando di emigrare all’estero: “Contavo su di te per andare in Francia dopo il diploma”. Poi c’è lo zio, che guida sorseggiando l’immancabile lattina di coca cola – ma che coca cola non è -, e il variegato universo dei pazienti che, nonostante lo scetticismo iniziale, si rivolgono a lei. “A Tunisi le persone parlano sempre – le dice la parrucchiera Baya -. Anche qui nel mio salone, ma quando escono sono belle, quando escono dall’hammam sono pulite e profumate. Quando le persone escono dal tuo studio, con cosa escono?”.

C’è l’uomo che pensa di essere pedinato, e controlla che Selma non abbia delle cimici nel suo studio; c’è la donna che le dice che ha bisogno di un certificato medico e di una medicina e che al rifiuto di Selma risponde “Sono malata, non mi interessa capire cosa ho, voglio solo un certificato”; un uomo che appena entra nello studio si spoglia pensando sia una prostituta “Mi hanno parlato di un divano e di una straniera…”; una donna anziana con il figlio che non si separa mai da lei, continuando a fissarla dalla finestra mentre sta facendo la seduta; un uomo che sogna in continuazione tutti i dittatori arabi e Putin.

Selma, la protagonista de Un divano a Tunisi

 

C’è il tema dell’apparenza davanti al resto della società “Non fumare davanti alle mie figlie”, dell’opinione che i tunisini che vivono nel Paese hanno nei confronti di chi ha una doppia nazionalità e manca da anni nel Paese – il poliziotto le dice: “Credo che non sappia veramente come stanno le cose qui, malgrado il suo aspetto da intellettuale parigina” e ancora “pensate di essere tra i selvaggi qui? Qui ci sono delle leggi e vanno rispettate”; il tema della corruzione – Selma a un certo appunto allunga dei soldi al poliziotto pensando che bastino quelli affinché la lasci lavorare in pace -, della burocrazia lenta e della poca voglia di lavorare in certi ambiti – appena Selma mette piede nell’ufficio, si vede una signora che scappa pur di non darle informazioni. E ancora l’utilizzo delle espressioni religiose invece di dire sì o no: “Il mio dossier va bene, pensa che sarà validato? “In ‘sha Allah” “La prego, sì o no?” “Che ho detto io, in ‘sha Allah!”, un accenno al fatto che gli islamisti non siano amati in Tunisia – quando l’imam esce dallo studio di Selma ed osserva il ritratto di Freud, esclama: “E’ una nuova moda quella dei barbuti, almeno il suo ha l’aria simpatica”; il tabù che ruota attorno al tema del sesso, la nostalgia di Ben Ali tramite la figura del nonno, circondato dai ritratti dell’ex raìs, che non sa che ormai da tempo è scappato in Arabia Saudita e non deve sapere la verità.

Dall’altro lato emerge anche il senso di ospitalità tunisina, con il vicinato che aiuta l’imam in difficoltà. Quasi un film di formazione per il personaggio di Selma, che arriva nel Paese con certe impostazioni, e che deve man mano ricredersi ed adeguarsi al nuovo contesto, non senza difficoltà.“Non voglio mollare. Tutti vogliono così, che torni a Parigi. Non so perché sono qui, ma qui sto bene, forse volevo riparare le sofferenze di mia madre, seguire i valori di mio padre, ma non è così”. E quando tutto sembra perduto, quando l’autorizzazione per l’apertura del suo studio sembra non arrivare mai, succederà qualcosa che darà una svolta a tutto. Il finale è lasciato aperto, ma gli spettatori trovano davanti agli occhi una Selma che durante il film è cambiata: ha imparato a convivere con l’altra parte di sé e a (ri) amare parte delle sue radici. 

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