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“Alle porte dell’inferno” – l’esposizione collettiva ispirata all’Inferno di Dante, a cura dell’artista italiana Michela Margherita Sarti

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Michela Margherita Sarti è un’artista italiana, esponente del surrealismo pop, che vive in Tunisia dal 1996. Arrivata in Tunisia per una vacanza, non ha più lasciato il Paese, con il quale ha dichiarato di avere “una relazione d’amore senza fine”. A Tunisi è stata fondatrice e proprietaria del Salone per Artisti “Efesto” e le sue opere figurano nelle collezioni del Ministero della Cultura Tunisino e numerose collezioni private in Tunisia e all’estero.

Il suo ultimo progetto è l’esposizione collettivaAlle porte dell’inferno”, dove ha riunito le opere di ventisei artisti tunisini e italiani ispirate all’Inferno della Divina Commedia, nella galleria Al Kitab a Mutuelleville, Tunisi.

Il vernissage ha dato inizio ad un vero viaggio sensoriale nelle tenebre. Una tenda nera al secondo piano di una libreria chiassosa separa i due mondi, dando accesso ad un’atmosfera spettrale e nebulosa, dove ogni senso è pervaso da un cambiamento radicale. Un’insegna all’entrata indica “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura”. L’incenso forte pervade le narici, musiche inquietanti ed apocalittiche riempiono lo spazio, amplificando un senso di inquietudine e le opere sono illuminate da candele e fari rossi, circondate da altari con teschi, catene, oggetti lugubri e ombre di demoni.

La curatrice italiana ha rappresentato “l’inferno non soltanto come luogo di sofferenza fisica, ma come un paesaggio interiore, un territorio di ombra, paura e contraddizioni”. Gli artisti, attraverso i loro disegni, dipinti e installazioni, non illustrano l’inferno dantesco in maniera letterale, ma “esplorano soprattutto le dimensioni intime ed oscure della coscienza e dell’identità umana“. Michela Margherita Sarti invita a guardare le opere “non come immagini dell’inferno, ma piuttosto come degli specchi, che riflettono non un luogo lontano di sofferenza ma una parte di noi stessi”.

Alcuni artisti hanno scelto di rappresentare personaggi emblematici dell’inferno, fornendo una propria rielaborazione e interpretazione del loro aspetto e delle loro sensazioni nel girone dove sono collocati. Altri hanno invece preferito raffigurare paure, suggestioni e sensazioni del proprio inferno personale o comunitario.

Alcune opere espongono l’amore e la relazione con l’altro come tema centrale, mostrando il dualismo di complementarità e distruzione, salute e dannazione. L’illustrazione ad inchiostro “Temple de l’amour déchu” raffigura questo dualismo con una figura spaccata a metà, che emerge potente solo con inchiostro nero, metà angelica e metà mostruosa, mentre animali ed anime tormentate si propagano tutto intorno in un vortice senza fine. L’artista si chiede “come, in nome dell’amore, possiamo giustificare gelosia, orgoglio, possessività, invidia, cupidigia, lussuria e distruzione”. Riesce così a rappresentare non una scena statica dell’inferno, ma una tensione senza fine che si addensa di dettagli e sfumature, creando un senso di vertigine incolore.

Allo stesso modo, il dipinto “Sur le point de..” rappresenta l’inferno come l’unione di due anime, due corpi vicini che non trovano pace, ed lo stesso filo rosso che fisicamente li unisce diventa un’arma che infligge dolore e sofferenza.

Altre opere hanno invece scavato più a fondo nella psiche, rappresentando l’inferno al centro di ogni individuo. Il dipinto “L’enfer c’est moi/ Inferno es yo” incarna l’inferno all’interno della propria figura, che diventa parte integrante della propria identità. L’artista sottolinea che “se esiste un inferno fuori, creato dallo sguardo violento e giudicante altrui, quell’inferno si installerà lentamente anche dentro di noi”, dolorosamente, mentre giorno dopo giorno i pensieri si accumuleranno e diventeranno casa. Di conseguenza, l’essere umano non appare solamente come un elemento che subisce gli effetti dell’inferno, ma diventa il protagonista che li reitera e li mantiene in vita. Non ci sono demoni in questo inferno, ma parti trasfigurate del proprio io. L’autore considera tuttavia che “l’esistenza di quest’inferno interiore e portato avanti dal proprio io, sia comunque una sorta di resistenza che lo ha annichilito ma anche aiutato a sopravvivere”, schiudendo il suo sguardo verso la realtà.

Nel dipinto “Ma bayn”, due figure emergono in un contrasto di colori accesi e violenti: l’artista rappresenta il dualismo, l’indecisione, la “coesistenza di due verità che si scontrano e si distruggono tra loro”, imbastendo un inferno interiore che non ha fiamme e non fa rumore. Quest’opera rappresenta l’immobilismo dell’uomo che non prende direzioni, ma sta in equilibrio, in balia di tutte le verità con le quali è bombardato.

Nella composizione fotografica “Catharsis”, delle foto sovrapposte creano dei movimenti, delle ombre e delle figure confuse. L’artista precisa di voler rappresentare un’identità che si sgretola, dove “non ci si sente più di appartenere a sé stessi e ci si perde, dove ci si scopre fragili ma si resta in piedi”. L’opera non descrive una persona o un momento preciso, ma “rappresenta la catarsi presente in ognuno di noi, mentre attraversiamo i nostri inferni personali silenziosamente”.

Michela Margherita Sarti ha invece deciso di rappresentare non l’Inferno, ma un luogo sospeso nello spazio e nel tempo dove tutto resta immutato: il limbo. L’artista descrive che “nel limbo non ci sono né fiamme né urla, non c’è tormento, ma nemmeno speranza”. Al centro dell’opera è raffigurata una bambina, immobile, sola e spaventata, mentre su un ponte dietro di lei si intravedono figure senza volto che lo attraversano senza far rumore. Si tratta di anime sospese, che secondo la curatrice “non soffrono, ma sono private dalla visione di Dio, ed in questa visione si consuma il loro dolore”.

Le opere di quest’esposizione rappresentano tutte, con diverse tecniche pittoriche, scultoriche e fotografiche, diverse interpretazioni della concezione di “inferno”, ma soprattutto il mondo interiore di ognuno dei ventisei artisti. L’esposizione, che ha già accolto moltissimi visitatori nella giornata del vernissage, resterà aperta e disponibile alla galleria di Al Kitab fino al 30 aprile 2026. Un invito ad attraversare le tenebre della psiche, e forse riconoscersi in esse.

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