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Medy Tajouri, da Tunisi alla Sardegna, insegnante di ruolo di inglese

Medy Tajouri da 9 anni vive in Sardegna. Arrivato per conseguire una seconda laurea all'Università di Cagliari, ha capito che la sua strada era l'insegnamento. Ora è insegnante di ruolo a Quartucciu.

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Come per tutti i tunisini, il primo approccio con la lingua italiana è avvenuto tramite la Rai, visibile anche in Tunisia. Qualche semplice parola, giusto « buongiorno », « ciao » e « arrrivederci ». Medy Tajouri, 40 anni, di Tunisi, laureato in Relazioni internazionali e specializzato nella lingua inglese, in Italia è venuto nove anni fa, per conseguire una seconda laurea all’Università di Cagliari. « Mi considero un expats – racconta -. In Italia, prima di metterci piede per motivi di studio, ci sono stato diverse volte in vacanza. Insegnavo inglese alla scuola italiana Hodierna di Tunisi, l’italiano ho iniziato a impararlo lì, grazie ai colleghi e agli alunni. Mi sono inserito benissimo : ci si frequentava anche al di fuori dell’orario di lavoro. Il primo viaggio in Italia è stato a Palermo ».

Dopo due anni di lavoro all’Hodierna, Medy decide di iscriversi a un corso di italiano, per acquisire le basi grammaticali : « Ho frequentato la Dante Alighieri, continuando ovviamente a lavorare a scuola. Facendo il test di livello, mi hanno inserito subito nel quarto, ero assieme ad alcuni ragazzi che frequentavano l’università della Mannouba. A fine anno, chi otteneva il risulktato migliore all’esame, avrebbe vinto una borsa di studio per Perugia. L’ho vinta io, con grande delusione degli altri studenti. A un certo punto mi sono chiesto se volessi davvero fare l’insegnante, se era un lavoro che avrei voluto svolgere per tutta la vita. Durante i miei viaggi in Italia, a volte solo, altre ospite dei colleghi di scuola, ho visitato diverse regioni italiane. Mi mancava la Sardegna : ero curioso di scoprirla, oltre al fatto che il costo della vita, rispetto al nord Italia, era minore, da quello che avevo potuto constatare come turista. Così ho voluto prendere una pausa e ho deciso di conseguire una seconda laurea, iscrivendomi alla magistrale in Lingue e Comunicazione all’Università di Cagliari ».

Cagliari. Photo by Laura Lugaresi on Unsplash

Durante l’ultimo anno di studio, a poche settimane dalla discussione della tesi, viene assunto in un’azienda, dove comincia a lavorare come commerciale estero, grazie alla sua padronanza di diverse lingue : italiano, arabo, inglese, francese e un po’ di spagnolo. Un lavoro completamente diverso dal percorso di studi finora intrapreso. « E’ stata una bella esperienza : ho girato il mondo tra fiere e clienti, ho incontrato persone di altre culture. Sono stato con loro per cinque anni, ma poi ho capito che mi mancava l’insegnamento e che quella era davvero la mia strada. Così ho fatto il concorso e l’ho superato : ora sono insegnante di ruolo di inglese in una scuola media a Quartucciu ». E aggiunge : « Non ho mai avuto tempo di riflettere su un eventuale ritorno in Tunisia : è stata un’escalation di eventi, uno dietro l’altro. Sono stato fortunato perchè non è semplice trovare lavoro, ma allo stesso tempo è una fortuna che mi sono costruito con studio e impegno ».

« A volte capitano domande stupide sulle mie origini – aggiunge -, ma si capisce che non vengono fatte per razzismo, ma per ignoranza. Ad esempio se mi lamento del caldo, mi si dice, ma tu sei tunisino, sei abituato al caldo ! Non pensando che si tratta comunque di un clima diverso. Oppure mi guardano stupiti « Davvero sei tunisino ? Non si vede ! » : cosa significa ? C’è forse una foto di come debba essere il tunisino doc ? Questa è una cosa che mi infastidisce molto. O quando, i primi tempi mi dicevano « Ah ma lo sai che ho un amico egiziano che vive a Roma », perché nella mente comune tunisino equivale ad arabo e siamo tutti uguali. Io sono molto ironico, quindi ribattevo dicendo « Anche io ho un amico francese che abita a Tunisi, magari lo conosci… ».

Photo by NeONBRAND on Unsplash

Lavorando a scuola, gli chiediamo le differenze che nota tra il sistema scolastico italiano e quello tunisino : « Da un lato il sistema tunisino, almeno quando frequentavo io, è basato soprattutto sull’imparare a memoria, in modo meccanico. Molti studenti studiano solo per gli esami, quindi poi dimenticano tutto. Inoltre in Tunisia non esiste il sostegno, non si parla di inclusione per gli alunni in difficoltà : e questa è una grande pecca.La metodologia di studio è rimasta agli anni ’50. In più negli ultimi anni si è spinto molto verso l’arabizzazione : le nuove generazioni di tunisini non parlano il francese come seconda lingua. Prima eravamo bilingue, io mi considero tale. Mia sorella ha 35 anni, è l’ultima generazione che si è salvata : ora la maggior parte dei ragazzi che studiano nelle scuole statali non parla più francese fluentemente. E’ un vero peccato : in Europa la gente paga corsi per parlare più lingue e in Tunisia, dove si ha questa possibilità, non si sfrutta a dovere. Ho sentito spesso 18enni parlare di colonialismo, del loro rifiuto della lingua francese perchè non bisogna parlare la lingua dei colonizzatori, un discorso che potrebbe avere un senso se avessero vissuto questo fenomeno sulla loro pelle. Più lingue si imparano, più possibilità si hanno nel mondo del lavoro, oltre al fatto che aiuta ad aprire la propria mente. Prima, quando le frontiere non erano chiuse, chi studiava lingue in Tunisia, per tre o quattro mesi poteva andare all’estero per praticare la lingua di studio. Ora invece con la paura dell’immigrazione irregolare, la difficoltà nell’ottenere un visto e il blocco delle frontiere europee, ciò non è possibile e gli studenti di lingua hanno sofferto molto questo fatto. Come si può parlare una lingua se non andando a praticarla sul posto ? »

Medy è soddisfatto della sua scelta di vita : « Mi dispiace per il mio Paese : quella che vedo ora non è la Tunisia che ho conosciuto durante la mia adolescenza e gli anni unversitari. Si parla spesso di fuga di cervelli dei giovani tunisini. E’ un fenomeno che esiste. E’ anche egoismo ? Sì : posso capire il restare nel proprio Paese per lottare, ma bisogna anche pensare a se stessi, se si ha la possibilità di vivere in un luogo dove si viene pagati meglio e si vive con una certa dignità».

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