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Tunisia: al Kef un club di lettura e amicizia interreligioso grazie alle Suore bianche

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Quando si pensa alla convivenza interreligiosa in Tunisia, il pensiero va all’isola di Djerba, recentemente riconosciuta come patrimonio Unesco dell’umanità, dove è situata la Ghriba, la sinagoga meta dell’annuale pellegrinaggio ebraico da tutto il mondo e dove ebrei, tunisini e cristiani convivono in tutta tranquillità. Eppure, in Tunisia c’è un altro luogo dove questa convivenza si è realizzata: si tratta del Kef, città a nord ovest della Tunisia, a circa 40 chilometri dall’Algeria. Qui si trova un’altra Ghriba, risalente al XVIII° secolo, più piccola e meno nota, attualmente in fase di restauro, una Chiesa dedicata a San Pietro e tre cimiteri contigui: musulmano, ebreo e cristiano. 

E proprio in questa città, si trovavano le “suore bianche”, chiamate così a causa del loro abbigliamento, che si è adattato a quello della popolazione dell’Africa del Nord in cui hanno iniziato la loro missione, ma che in realtà sono le Suore missionarie di Nostra Signora d’Africa. Tra quest’ultime c’erano Suor Josette Beyou e Françoise Bruneau, che per quarant’anni hanno vissuto al Kef. Tra le iniziative che hanno portato avanti, un club di lettura ed amicizia, che univa donne tunisine, francesi, canadesi, belghe e rumene di diverso credo. Sono proprio alcune delle donne partecipanti a raccontarci questa bella esperienza: Saloua Bohli Mansouri, che ha vissuto 25 anni in Francia ed è venuta al Kef per amore, Najoua Ben Aissa, originaria del Kef, con il padre di Djerba, Marie – France Kefi, l’unica cristiana del gruppo, arrivata in Tunisia negli anni Ottanta, Jaouida Yahyaoui, di origine algerina, cresciuta in Francia e arrivata in Tunisia a 41 anni, Naima Ghourabi, originaria di Ghomrassen, nel sud della Tunisia. 

Interno della Ghriba al Kef – la sinagoga è in fase di restauro – photo credits Giada Frana

Quando è successo l’attentato dell’11 settembre, ci siamo dette che forse c’era un problema identitario, e suor Josette ha proposto di leggere il libro  ‘Le identità’ di Amin Maalouf e discuterne. Da quel momento –  racconta Saloua Bohli Mansouriogni mese si sceglieva un libro e ci si riuniva per parlarne: così è nato il Club di lettura ed amicizia. Abbiamo letto un po’ di tutto, cercato di allargare al massimo la nostra cultura: dagli scrittori tunisini ai giapponesi, senza nessun filo conduttore vero e proprio”. 140 i libri letti in totale, e nemmeno la pausa forzata dovuta alla pandemia ha interrotto questi incontri, che hanno ripreso appena è stato possibile. Ma il club non prevedeva solo delle letture: a un anno dalla sua creazione, il gruppo di donne ha iniziato a viaggiare insieme, per esplorare in lungo e in largo il Paese, ma non solo: nel 2017, in Italia, hanno incontrato Papa Francesco

Sono rimasta davvero colpita dalla loro scelta di vita e dalla loro umanità. Conoscerle è stata un’occasione di creare un’amicizia che si è formata ed è continuata nel tempo. Suor Josette conosceva il Corano, si riferiva a dei versetti per fare delle comparazioni con la Bibbia” aggiunge Naima.La porta della loro casa era sempre aperta, 24 ore su 24, per i vicini, per chi ne aveva bisogno, e per noi specialmente il mercoledì, giorno del club di lettura, per prendere un caffè e gustare i famosi dolci di Françoise – continua Saloua -. Abbiamo cominciato qualche anno dopo a fare delle escursioni e poi dei veri e propri viaggi. Inoltre ci riunivamo durante le reciproche feste: era un’occasione di scambio. È attraverso di loro che abbiamo imparato il vivere assieme e la condivisione”. 

Le donne del clud di lettura interreligioso al Kef

Il vivere assieme in realtà non è qualcosa di nuovo al Kef, – sottolinea Najoua Ben Aissa, insegnante e guida turistica –, è una sorta di eredità. Il Kef ha avuto un ruolo importante nella storia politica e religiosa della Tunisia. Nel club di lettura e di amicizia abbiamo vissuto momenti di condivisione straordinari, senza pregiudizi”.  “Quando sono venuta qui, a 25 anni – aggiunge Saloua – si viveva insieme, nessuno chiedeva che religione si praticasse: ho frequentato ebrei, atei, musulmani, testimoni di Geova. E’ solo negli ultimi tempi che si cerca di stigmatizzare le persone”. Per quanto riguarda i viaggi, erano un modo per stare insieme: “Eravamo solo donne, con i rispettivi figli. Abbiamo cominciato con le oasi di montagna, Tozeur, Chebika, Tamerza, poi Matmata, Djerba, Kerkennah, Mahdia, Cap Bon, Bizerte, Kairouan di passaggio, Chenini, Douiret. Erano dei viaggi a basso costo: alloggiavamo negli ostelli, non era nel lusso, ma ci permettevano di vivere veramente il Paese – prosegue Marie – France.  Il viaggio in Vaticano è stato possibile grazie a don Francesco Fiorino e Samia Ksibi. All’inizio hanno chiesto una rappresentante cristiana e una musulmana. Ma quando siamo arrivati lì, il giorno prima dell’udienza abbiamo incontrato il vescovo, che era rimasto impressionato dal nostro gruppo. Al posto di ricevere solo due persone, hanno detto: vi riceveremo tutte. Non era un’udienza privata, ma pubblica, in Piazza S. Pietro. Ma eravamo vicine a Papa Francesco, ci ha preso le mani e detto ‘pregate per me’”. 

Oltre al viaggio in Vaticano, c’è stato un soggiorno in Sicilia, a Mazara del Vallo, a Treviglio e a Venezia. “Sono state delle esperienze per aprire il dialogo, incontrarsi tra culture diverse e condividere l’amore per l’umanità con tutte le differenze, che sono una ricchezza per avvicinarsi l’un l’Altro. Come diceva suor Josette: “Non smettiamo di fare del bene, anche se il bene non fa scalpore”, sottolineano. Dopo diversi anni di servizio, le suore sono state spostate dal Kef a La Marsa (Tunisi), prima di rientrare nei loro Paesi d’origine, Francia e Canada. “Erano qui durante la Rivoluzione e la popolazione faceva di tutto per proteggerle, perché facevano parte di noi. Suor Josette, quando era alla Marsa, ha mandato diverse persone al Kef, dicendo che la sua missione era di far conoscere questa città, poiché anche nella capitale non conoscevano la bellezza di questi luoghi”. 

I resti della Chiesa di San Pietro al Kef – photo credits Giada Frana

L’amore delle suore per il Kef  si è concretizzato anche attraverso la redazione del libro “Il Kef attraverso i miei occhi”: “Un giornale aveva indetto un concorso – spiega Saloua -, allora ho proposto a Suor Josette di scrivere un libro insieme. Lei scriveva sul lato storico del Kef ed io le ricette e le tradizioni. In premio c’erano duemila dinari, che avremmo donato a una famiglia. Lo avevamo vinto, ma sfortunatamente bisognava essere tunisini per incassare il premio, e Josette non lo era, ma aveva talmente un cuore grande, che mi aveva detto di togliere il suo nome, e presentarlo solo con il mio, ma non ho voluto: lo avevamo scritto a quattro mani, non sarebbe stato giusto”. “Ricordo che durante l’inverno Suor Josette diceva di non dare i soldi alle famiglie in difficoltà, perché gli uomini li avrebbero spesi per bere – riferisce Jaouida -. Andava al chiosco, riempiva i bidoni di benzina, perché all’epoca chi non aveva i mezzi economici utilizzava il petrolio per scaldarsi, e li distribuiva. Dopo 20 giorni, riprendeva i bidoni e li riempiva di nuovo. E ora mi chiedo che cosa fanno queste famiglie bisognose senza di lei. Anche le loro famiglie erano attive nella missione, per aiutare le persone in difficoltà di questa zona”. 

Nella lettera di ringraziamento redatta dalle donne del Club di lettura ed amicizia, si legge: “Non si incontra mai nessuno per caso. Le persone sono destinate sul nostro cammino per una ragione”. Come dice un proverbio tunisino, “naama men 3and rabbi”. (…) Il destino le ha condotte al Kef  e come bagaglio, avevano molto amore, bontà, generosità, e un’umanità senza frontiere e senza tabù”. Conclude Saloua: “Le Suore hanno lasciato il segno nelle nostre vite ed è attraverso di esse che abbiamo imparato e a conoscere da vicino la loro missione, quella semplicemente di vivere insieme, facendo delle nostre differenze una grande ricchezza umana. Una grande porta si è aperta con la loro presenza e spero che questa porta resti sempre aperta per altre condivisioni ed altri eventi. In’ sha Allah, se Dio vuole, i legami di amicizia interculturali e religiosi proseguiranno negli anni con rispetto, amore, solidarietà e pace, per un’umanità migliore”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul Bimestrale Al Hiwar – Il dialogo. 

La Kasbah al Kef

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