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Kaïs Saïed, nuova dittatura in Tunisia?

Da qualche tempo i tunisini e le tunisine temono un ritorno alla dittatura sotto il governo di Kaïs Saïed. In questo articolo mostreremo i principali sviluppi del programma politico di Saïed e spiegheremo perché è lecito parlare di colpo di stato e di autocrazia.

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L’articolo che segue è di Riccardo Biggi, Arabista e ricercatore | Frontiere, politica e società del Mediterraneo

Tunisia: il successo della democrazia in Nordafrica e nel mondo arabo. Così ci viene raccontato dalla stampa e da alcuni analisti di geopolitica. E così credevo io la prima volta che andai in Tunisia, nel maggio 2022, per fare ricerca etnografica sull’esternalizzazione dei confini europei. Eppure, la politica del presidente Kaïs Saïed preoccupa un numero sempre crescente di voci all’interno dell’arena politica tunisina. Sabato scorso, alla commemorazione della rivoluzione, numerosi partiti politici di diverse affiliazioni – costituzionalisti, democratici e islamisti – si sono riuniti in una manifestazione in Avenue Habib Bourguiba, nel centro di Tunisi, chiedendo la caduta del governo, o secondo le loro parole, “la caduta del colpo di stato” (isqat al-inqilab in arabo). Ma è lecito parlare della politica di Saïed in questi termini?

Il timore di un ritorno alla dittatura

I fatti parlano chiaro. È passato un anno e mezzo dal 25 luglio 2021, quando il presidente, eletto nel 2019, ha proclamato lo stato d’emergenza e attuato alcune misure eccezionali considerate come anti-democratiche: il congelamento del Parlamento, la rimozione di diversi magistrati e la stesura di una nuova Costituzione. Il timore di molti, comprensibilissimo, è quello di un ritorno alla dittatura, come sotto il regime di Ben Alì che ha governato il paese per quattordici anni a partire dall’87. 

Eppure, fino all’estate scorsa, Kaïs Saïed non rappresentava la preoccupazione maggiore. Nei taxi, al mercato, tra le aule universitarie e nei bar, la narrazione prevalente era quella di un profondo discontento nei confronti della classe politica in generale. In particolare, l’accusa di aver portato il paese nel caos era rivolta a El-Nahda, principale partito islamista salito al potere a partire dal 2011. Poche le critiche a Saïed, se non negli ambienti della società civile e dei media indipendenti. Addirittura, il 25 luglio 2022, il 90% dei votanti aveva risposto “sì” al referendum per la nuova costituzione, redatta da Saïed in persona. 

Oggi la situazione è ben diversa perché, dopo progressive azioni di “deriva autoritaria” da parte del presidente, siamo arrivati a un punto di rottura. Kaïs Saïed non gode più del sostegno popolare su cui poteva fare leva l’anno scorso. In vista di un mio ritorno in Tunisia a febbraio, mi sono informato sulla situazione politica su varie fonti tunisine. In questo articolo farò un brevissimo riassunto di questo studio, con l’obiettivo di comprendere la natura del progetto politico dell’ex-professore di diritto divenuto presidente. La questione si riassume, (alquanto approssimativamente e con la consapevolezza che si tratta di una semplificazione) in tre punti fondamentali: 1. progressiva usurpazione del potere; 2. rivendicazione “legalistica” della legittimità del progetto politico, coniugata a un efficace populismo mediatico; 3. inefficienza delle istituzioni tunisine post-2011. 

Usurpazione del potere

Kaïs Saïed è un usurpatore nel senso che agisce al di fuori e al di sopra del governo tunisino. Mancanza di trasparenza, nomina personale delle cariche e dissoluzione ad libitum delle istituzioni giuridiche, tentativi di modificare le leggi di associazionismo: queste alcune delle manovre non propriamente democratiche attuate da Saïed. Il tutto condito da sanissima incompetenza: il presidente non ha infatti spiegato chiaramente quale sia il suo progetto per risollevare economicamente il Paese. 

Il fallimento alle ultime elezioni legislative l’autunno scorso dimostra la noncuranza di Saïed nei confronti del normale funzionamento della democrazia. Con un’affluenza alle urne del 9%, il governo non ha ottenuto la fiducia degli elettori. Questo dato, che teoricamente dovrebbe indicare il fallimento di un qualunque progetto politico, non è abbastanza da scoraggiare il presidente a gettare la spugna, come argomenta Zied Krichen in un articolo sul quotidiano tunisino “Le Maghreb” .

“Non c’è dubbio che la fiducia nel Presidente della Repubblica, Kaïs Saïed, sia oggi molto superiore al 10%, ma la fiducia nella persona non si è trasformata in fiducia nel percorso politico e istituzionale che la persona ha progettato e sollecitato alle masse tunisine. Quando non c’è fiducia nel percorso in questo modo quasi unanime, ciò significa chiaramente che questo percorso ha perso ogni legittimità, e insistere per continuarlo è una perdita di tempo, fatica e opportunità per il Paese e la sua gente.” [corsivo aggiunto], (Krichen).

Con Kaïs Saïed siamo quindi di fronte a un fenomeno di strenuo “attaccamento alla poltrona”, indice del fallimento di un certo modello di democrazia. Questo non significa che la Tunisia si sia già trasformata in dittatura. Ma se certamente le infrazioni dei diritti fondamentali non si sono inasprite sotto la presidenza del presidente-professore, la politica di Saïed potrebbe essere il primo passo verso una deriva autoritaria capace di cancellare le acquisizioni della rivoluzione. E nonostante la sua pericolosità, tale usurpazione del potere non ha mai assunto apertamente le forme violente di altre dittature nordafricane, grazie all’aurea di onestà e legalità che circonda il presidente.

Onestà e legalità

Kais Saïed, ex-professore di legge, eletto con il 72,71% dei voti nel 2019, assume un discorso che lo pittura come un “onesto esperto di legge” attraverso il quale presume di agire nella piena legalità. Il congelamento del parlamento del 25 luglio scorso non rappresenta infatti un’infrazione del diritto tunisino, come spiegano gli analisti della piattaforma media indipendente Inkyfada, in un podcast in arabo pubblicato sul loro sito internet. Secondo Mehdi Elleuch, ricercatore e attivista di Legal Agenda, un’associazione di esperti di legge e avvocati Tunisini, il presidente è rimasto nella legalità invocando l’articolo 80 della Costituzione, che prevede la proclamazione dello stato di emergenza e non impedisce esplicitamente il congelamento del Parlamento. 

L’aurea di onestà che circonda il presidente spiega anche il suo successo elettorale. Saïed è un abilissimo populista e manipolatore dei mezzi di comunicazione contemporanei, e la sua ascesa assomiglia a quella di tanti leader italiani ed europei del 21° secolo. L’onesto professore di legge, che due anni prima era stato eletto alla guida di un governo tecnico come l’uomo più adatto per uscire dalla crisi, ha agito in un momento in cui sapeva di poter contare sul supporto popolare. Per esempio, ha proclamato lo stato di emergenza immediatamente dopo le manifestazioni della Giornata della Repubblica il 25 luglio 2021, che miravano a criticare il parlamento e soprattutto el-Nahda (partito islamista e principale oppositore di Saïed) con l’accusa di corruzione e clientelismo. Oggi, il populismo-autoritarismo del governo tunisino si spinge al punto che il presidente non dispone di un ufficio stampa, non riceve giornalisti, ma parla da facebook, direttamente con il popolo. 

Incompetenza e corruzione

La facilità con la quale Saïed ha potuto farsi gioco delle istituzioni tunisine è dovuta all’inefficienza di queste a partire dal 2011. Dalla rivoluzione infatti, il risentimento popolare contro la politica non si è mai spento. La Tunisia non è, come viene spesso raccontato, una democrazia di successo, ma un Paese nel pieno di un percorso, arduo e faticoso, di democratizzazione dal basso cominciato nel 2011. Secondo alcuni addirittura, nonostante sia corretto definire l’ascesa di Saïed un colpo di stato, non si puٍò parlare di crisi democratica, perché, come afferma Malek Khadraoui, direttore esecutivo di Inkyfada: “non c’è mai stata una vera democrazia nel Paese”.

Alla cacciata di Ben Ali, il cambiamento principale è stato lo sviluppo di nuovi spazi di espressione politica dal basso, la fine della censura mediatica e la proliferazione di associazioni non-governative, oltre che la scrittura di una nuova Costituzione. Sebbene la rivoluzione abbia portato a cambiamenti radicali, ponendo fine alle dinamiche di oppressione poliziesca e militare, il sistema politico tunisino nel suo complesso è rimasto dominato da logiche di clientelismo, corruzione e abuso di potere. L’operato delle istituzioni politiche, militari e delle forze di polizia manca di trasparenza e legittimità. Le dinamiche di potere e clientelismo proprie della classe dirigente tunisina a partire dal 2011 hanno prevalso sulla democrazia partecipativa. Il progetto di Kaïs Saïed rappresenta quindi la risposta al fallimento degli ultimi dieci anni e un tentativo rivoluzionario di sovvertimento del sistema. Ma proprio perché è un cambiamento che proviene dall’alto, concentrando tutti i poteri nelle sue mani e minacciando la libertà di espressione e di associazione, si tratta di una deriva autocratica che minaccia i traguardi della democrazia acquisiti dopo il 2011. 

Prospettive 

Per riassumere, dal 2019 Saïed ha progressivamente abusato del suo potere in quanto presidente della repubblica per creare un sistema politico nuovo, ideato da lui stesso. Ci è riuscito grazie all’incapacità delle istituzioni tunisine di impedirglielo, alla sua aurea di legittimità e alla massiccia campagna politica populista. Che cosa aspettarsi? E’ la domanda che si pone Emna Chabaane, attivista tunisina di Al Bawsala, rete della società civile di controllo sulla trasparenza parlamentare: il nuovo sistema rispetterà le acquisizioni della rivoluzione o continuerà a passare sopra alle “regole” della democrazia? E subito si ricorda che nel 1987, quando Ben Ali fece il suo “colpo di stato medico”, sostituendo il presidente Bourguiba malato, il Paese lo salutòٍ positivamente e ci mise parecchio tempo per accorgersi che la politica si era trasformata in autocrazia nelle mani di pochi oligarchi. 

Nonostante le marcate differenze dai tempi di Ben Alì – assenza di repressione generalizzata, dieci anni di esperienza rivoluzionaria e democratica, profilerazione della società civile – Kais Saïed rimane comunque un autocrate. Un autocrate populista, che usa abilmente tutti mezzi della comunicazione contemporanea per legittimizzare il suo progetto politico. Sebbene il problema non sia certo il populismo in sé, il rischio è l’abuso di potere e il ritorno a una politica dall’alto che escluda la partecipazione democratica vera e propria. Questa è dunque la vera minaccia: che, nel silenzio e nel camuffamento, la politica ritorni ad essere un affare elitario, istituzionale, che non comprende e non viene compreso dalla società. 

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