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L’eredità Afro-tunisina: la Stambeli, danza curativa in via d’estinzione

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Il suo sguardo, il più enigmatico e affascinante che io abbia mai visto. Non lo dimenticherò mai, ci scommetto. La carnagione e i tratti sono indecifrabili, così come quegli occhi neri profondi ma vivaci, schiacciati e affilati dagli zigomi, a loro volta spinti in su da un simpatico sorrisetto sempre presente. La pelle, liscia e ben tenuta, è più scura di quella di molti tunisini, ma non quanto quella sterotipicamente subsahariana. La barba rasata lascia ancora più posto al derma intonso. Solo il baffo corto smorza la sobrietà estetica e s’intona con la mezzaluna sorniona e bonaria del sorriso che irradia allegria e pace.

Salem”. Salutiamo entrando in una piccola bottega che ci ha colpito da fuori mentre passeggiavamo senza meta nel cuore della medina di Tunisi, lungo la suggestiva, amabile, amata e ancora autentica Rue du Pacha. Siamo stati attirati da strani strumenti musicali che si intravedevano e da una musica magnetica, ipnotica, insolita, incalzante e intrigante. All’interno i muri sono tappezzati di strumenti musicali. Ad accoglierci quegli occhi vispi descritti poc’anzi, gli occhi del maestro Salah el-Ouergli, musicista del genere “Stambeli“, uno dei pochissimi esperti rimasti e noti, forse cinque, seduto a terra a gambe incrociate, sul capo la sua immancabile chechia rossa, il copricapo tipico del Paese.

 

Giovani ragazzi tunisini danzano Stambeli – photo credits Jevan Joseph Pudota

Moltissimi tunisini amano tale genere, ne parlano con gli occhi illuminati di gioia, accorrono ogni qual volta vi sia una performance. Dello stambeli ne avevamo già parlato in questo articolo. Stambeli è danza e musica, rituale, curativa, in cui talvolta si prendono la scena figure vorticanti, spesso incappucciate e imponenti, impreziosite da larghi e spessi costumi, ricchissimi in ornamenti e dettagli. Su tutti, spiccano le piccole conchiglie chiamate in arabo El Wadaa, cioè la conchiglia cauri o, con il buffo nome scientifico, la monetaria moneta, chiamata così in quanto prima moneta internazionale usata in antichità.

Piccole conchiglie chiamate in arabo El Wadaa, cioè la conchiglia cauri o, con il buffo nome scientifico, la monetaria moneta

Le maschere volteggiano freneticamente in una coreografia quasi sfrenata, simile a quelle sufiste, tradizione quest’ultima alla quale in Tunisia lo Stambeli si intreccia e con cui si contamina. Ricordiamo di aver assistito a una performance del genere oggetto del presente articolo in una piazza gremita di tunisini, all’ingresso della medina della capitale, presso Bab El Bhar, che significa porta del mare, chiamata anche Porta di Francia.

La maschera che rappresenta Bū Sa’dīyya – photo credits Jevan Joseph Pudota

Strumenti musicali accompagnano le danze, qualora quest’ultime siano presenti. Talvolta infatti, i musicisti Stambeli si esibiscono senza che vi siano balli. I primi appartengono anch’essi alla tradizione subsahariana. Di solito si usa il Gombri, o Sintir, Guembri, Gimbri, Hejhouj, una sorta di chitarra decorata in vario modo con colori talvolta sgargianti e abbellita dalle summenzionate conchiglie. Si staglia inoltre fragoroso il suono delle Chkacheks, anche Garagab, Qarqab, plurale Qraqeb, in inglese Krakeb, nacchere metalliche che a mio parere dettano il tono dell’evento Stambeli.

Una festa con danze Stambeli nel governatorato di Ben Arous, a conclusione del Festival della Permacultura 2023 organizzato dall’Association Tunisienne de Permaculture (ATP)

 

La tradizione fu importata in Tunisia da tribù di africani animisti, poi probabilmente islamizzati, migranti dall’attuale Nigeria e Chad intorno al 1700, stanziatisi e integratisi nel nord-africa. Pare che alcuni fossero schiavi o in fuga dalla schiavitù, altri mercanti. Una più sostanziale incertezza aleggia attorno alla diceria che il suono delle suddette percussioni intenda ricordare la tratta e il lavoro forzato. Il collaboratore del maestro Salah avrebbe poi bollato come mere leggende e invenzioni tali congetture.

Il cangiante abito del danzatore Stambeli

Ma i misteri non finiscono qua, tutt’altro. Il più interessante e articolato è la leggenda del re soprannominato Bū Sa’dīyya, che le figure incappucciate rappresentano. Tale imperatore africano, dal nome ignoto, si sarebbe infatti mascherato il viso in cerca della figlia rapita, Sa’diyya appunto, che cercò invano per anni. La sua ricerca simboleggia oggi nello Stambeli quella della trascendenza spirituale raggiungibile attraverso questa musica.

Il gruppo Stambeli dell’evento a Naassen. La figura incappucciata rappresenta Bū Sa’dīyya

Ma riprendiamo il filo, o la corda, del racconto della nostra conoscenza del maestro Salah. Al suo fianco, nella piccola bottega, un giovane bello e slanciato anch’egli seduto a terra e con il medesimo cappello accorda un Gombri e suona egregiamente. Ha un aspetto molto ordinato e indossa sottili occhiali da vista in vetro con montatura trasparente. Ascoltiamo per lo più, chiacchieriamo brevemente. Il ragazzo, che parla un buon francese, ci invita a una serata Stambeli. Accettiamo entusiasti.

La sera dell’evento andiamo alla ricerca del luogo indicatoci nella solita medina. Con molta difficoltà troviamo infine la bellissima porta descrittaci. Entriamo in una sala capiente, quadrata e fornita di panche nuove. Ci viene offerto il tipico tè tunisino, con la rinfrescante menta e ben zuccherato. Presente, oltre a una ventina di ascoltatori, il quartetto di musicisti. La musica incomincia e subito in essa ci perdiamo. Continua a lungo, incalzante, fragorosa, inebriante, riempie lo spazio e l’anima. Talvolta è talmente ripetitiva da ipnotizzarci, noi quasi in trance. Ci porta in paesi lontani, parla in arabo, in lingue del Mali, del Niger, del deserto, sconosciute in parte persino ai musicisti. Siamo immensamente grati di godere di un simile concerto, sappiamo di avere un privilegio raro e prezioso.

Allo stesso tempo i suoni provenienti dall’Africa subsahariana rievocano discriminazioni, sofferenze e ingiustizie di ieri e di oggi. Mentre una parte del popolo tunisino sorride e gioisce assistendo a live Stambeli, musica originaria della metà meridionale dell’Africa, un’altra parte è razzista, avversa agli almeno 20 mila ivoriani, camerunesi, sudanesi e ad altri fratelli “di colore” che vivono nel paese di 12 milioni di abitanti. Persino i tunisini neri, gli afro-tunisini, che costituiscono più del 10% della popolazione, secondo l’associazione anti razzista Mnemty, hanno sofferto discriminazioni.

L‘odio è stato fomentato dalle dichiarazioni del presidente Kais Saied, che hanno portato a Pogrom, fughe di massa, attacchi e discriminazioni, culminate in Luglio in disumane pratiche di abbandono di subsahariani presso i confini desertici con la Libia e, secondariamente, con l’Algeria. Dati delle organizzazioni umanitarie parlano di 50 subsahariani morti per sete in Tunisia nel solo mese di Luglio.

La maggior parte di queste persone desidera arrivare in Europa affrontando la breve ma rischiosissima traversata del Mediterraneo, chiamata in tunisino Harqa. I cancelli della salvezza, spesso chiusi, sono per queste persone quelli dell’Italia. Degli africani giunti nel “Belpaese”, la maggioranza parte in barca dalle coste tunisine.Fratelli e sorelle africane e tunisine condividono la stessa sorte di fuggiaschi, di “clandestini”, per citare la canzone di Balti e Master Sina, di sfruttati, come ci ricordano i suoni delle Chkacheksnella musica Stambeli, d’immigrati spesso discriminati, emarginati, “dimagriti, declassati, sottomessi, disgregati”, senz’altro odiati. Come possono queste due etnie essere divise in Tunisia?

 

Donna afro-tunisina e ragazzo tunisino in un caffé – photo credits Jevan Joseph Pudota

Persino nella musica c’è qualcuno che cerca di spezzare i legami, di soffocare raggi lucenti di pluralismo e umanità. L’ostruzionismo allo Stambeli inizia nell’alveo delle pesanti iniziative, ormai datate, del primo presidente tunisino Habib Bourguiba, orientate a epurare la “Tunisinanitè” da influenze esterne, che allontanarono tale genere artistico dal popolo tunisino. Quest’ultimo fenomeno di disgiunzione, quali che ne siano le cause, è la minaccia più grande per la sopravvivenza della tradizione di cui trattiamo, oggi a rischio estinzione. Rischio esacerbato poi dagli attacchi dei salafisti, diretti anche verso il sufismo.

Raffigurazione di musicisti che suonano Gombri e Chkacheks

La storia di Riadh Ezzawech, testimonia come il governo tunisino negli ultimi anni ha confermato la sua linea razzista persino in campo artistico, negando supporto alla tradizione musicale tunisino-subsahariana dello Stambeli amata dal popolo del Paese magrebino. La Zaouia Sidi Ali Lasmar dove l’associazione guidata da Riadh mantiene un importante nucleo del genere Stambeli è passata in mano privata e ora i volontari devono sobbarcarsi anche l’onere di pagare un lauto affitto. Il fotogiornalista Augustin Le Gall ha raccontato la vicenda in due documentari. Mi riferisce che al momento il proprietario della struttura l’ha messa in vendita. Se Riadh Ezzawech e Augustin non riusciranno  a raccogliere i fondi necessari l’associazione dovrà lasciare la Zaouia a Gennaio 2024. I due volontari sono costretti a cercare un supporto finanziario nella cerchia di amici. Vi terremo aggiornati al riguardo.

Che la musica Stambeli rammenti a chi cova razzismo quanta ricchezza possa nascere dall’incontro di culture lontane, distanti e profonde quanto la vastità del Sahara. Che rimarchi che la Tunisia è sì mediterranea, ma anche parte dell’Africa e infatti arricchita da contaminazioni continentali. Che ricordi quanta gioia possano portare il pluralismo, una società multietnica, l’amicizia e l’umanità. Scendano questi malpensanti dai loro palazzi, uffici e case, partecipino alla festa in quella piazza dominata da Bab El Bahr; non dimentichino mai i sorrisi finalmente spensierati di tunisine e tunisini, trasportati dallo Stambeli, dagli strumenti pizzicati e percossi con maestria da conterranei in comunione con discendenti di tribù subsahariane. Che parlino con il popolo, con la sua espressione migliore, con un Issam, della campagna di Mornag, gli occhi illuminati dalle sue spiegazioni dello Stambeli, o con una Nahla, una Melika, una Emna, una Courage, una Hope, una Fatima, un Emmanuel, un Fathi, un Omar, un Amin, un Mohammed. 

Che tale musica ricordi quanto profonde e ricche sono le tradizioni culturali tanto di popoli magrebini quanto di quelli subsahariani, che non esistono esseri umani di serie A e di serie B. E che lo ricordi anche a noi italiani, sperando che riusciremo a vedere in una luce sempre migliore questi fratelli e sorelle africane, tunisine e subsahariane, afghane, pakistane, bengalesi, indiane, parcheggiate, diminuite, disumanizzate, annichilite o sfruttate da un capo all’altro della penisola, da piazza Libertà e i degradanti silos a Trieste alle strutture strabordanti di Lampedusa.

La musica ci mostri questi migranti e il loro immenso patrimonio artistico come una fonte di arricchimento culturale e di gioia, come persone che amano la musica e la danza, come noi, come esseri umani con le nostre stesse qualità, difetti, paure, emozioni e voglia di vivere. Che con il nostro sostegno per molti giorni ancora le Chkacheks incalzanti dello Stambeli scuotano le nostre coscienze e che i suoi Gombri geniali innalzino le nostre anime.

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