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Trasferirsi a Tunisi : come un pesce fuor d’acqua, tra mezzi pubblici e una diversa quotidianità

Le disavventure di un'italiana trasferitasi a Tunisi con i mezzi pubblici. Un salto nel vuoto per una quotidianità diversa dal solito, passando da un paesino di provincia bergamasco alla capitale tunisina.

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Appena trasferita in Tunisia ero un pesce fuor d’acqua. Non parlavo né arabo classico, né tunisino, fortunatamente avendo fatto il liceo linguistico il mio francese mi fu molto utile. Ma più che un problema di lingua, si trattava di una quotidianità che mi era sconosciuta : ero capace di perdermi nel mio paesello di tremila anime, al punto che se qualcuno mi chiedeva indicazioni mi fingevo straniera, come avrei fatto in una capitale a me completamente nuova, dove ero stata solo due volte ?

Arrivai a Tunisi la sera dell’8 aprile 2014, il 9 aprile era un giorno festivo, andammo a Sidi Bou Said a passeggiare. La settimana successiva avrei dovuto cominciare il corso di arabo classico alla Bourguiba school, in ritardo rispetto ai miei compagni, perché avevo discusso la tesi di laurea triennale a fine marzo e non ero potuta partire prima. Tutto era un salto nel vuoto : avevo solo due valige con me, riempite di vestiti estivi, scarpe, qualche libro, il computer ma soprattutto tante speranze e un grande sogno. Non avevo aspettative sulla mia permanenza, non sapevo nemmeno quanto saremmo rimasti in Tunisia : il programma iniziale era di fermarci per due anni, finché mio marito non avesse concluso i suoi studi, ripresi dopo anni di lavoro in Italia.

Io avevo qualche risparmio da parte, l’estate si avvicinava, avrei pensato alla ricerca di un lavoro più avanti. Faceva strano a tutti che un’europea si trasferisse in Tunisia, una migrazione al contrario, l’Italia era sempre vista come l’Eldorado, ricordo lo stupore di alcuni amici che vedendomi dissero « ah ma è giovane tua moglie », chi pensava che il matrimonio fosse stato fatto solo per i documenti, insomma i pregiudizi sui « matrimoni misti » esistevano anche in Tunisia.

La medina di Tunisi - photo credits Leonardo Orlandi

Tutto era un’avventura, a partire dall’utilizzo dei mezzi pubblici. Cominciamo dai taxi : luce verde – luce rossa, la prima accesa non quando il taxi è libero, bensì quando è occupato. Una cosa che sul momento manda in confusione, ma poi ci si fa l’abitudine. Così come si fa l’abitudine alla « guerra dei taxi » che si deve fare ogni mattina, se non si abita in centro : braccio fuori per fermare il taxi, sperando sempre che si fermi esattamente dove sei tu, non prima, né dopo, perché ci sono altre persone e così te lo vedi fregare sotto il naso. Per non parlare delle tariffe : mi era stato raccomandato dai famigliari di far accendere sempre il contatore, ma le prime volte, non conoscendo bene le strade, qualcuno allungava il percorso, c’è stato anche chi con la scusa di non avere moneta da darmi di resto voleva arrotondare, chi ha raddoppiato il prezzo della corsa vedendo che ero straniera. Ma accanto a questi episodi ce ne sono stati altri piacevoli, in cui il taxista vedendo che ero italiana cominciava a fare domande, si raccontava, dava la sua opinione sulla situazione politica del momento.

Per almeno un mese mi spostavo solo in taxi : la famiglia tunisina, molto apprensiva, non voleva prendessi gli altri mezzi pubblici : « rischi che ti rubino portafogli o cellulare », « sono pienissimi, chi te lo fa fare ».

Fu grazie a Janina, la mia compagna di corso alla Bourguiba school, che iniziai ad essere più intraprendente : si era trasferita in un monolocale non distante da me, e così mi fece vedere dove andare a prendere il « pullman giallo » : dal Passage, mi disse i numeri che passavano per il nostro quartiere. I biglietti si facevano sul pullman : un signore, seduto in un apposito angolino sul mezzo, li dava e vidimava al momento. Per prenotare la fermata, nessun campanello : con forza si doveva picchiare la mano sul cassone sovrastante la porta, o urlare « 3ell bab », « Apri la porta! ».

Piazza 14 gennaio 2011, ex piazza 7 novembre 1987. Photo credits Giada Frana

E poi i louage, i taxi collettivi, che coprono determinate tratte, e hanno un costo molto basso, ma guidano come folli e quando si scende si benedice il cielo di essere ancora interi, sperimentati quando per andare al lavoro ero in ritardo, il pullman non passava, taxi sempre pieni, era l’ultima spiaggia. E che dire dei pullman, gialli e bianchi ? Il primo giorno di lavoro mi reco alla fermata con largo anticipo e faccio per guardare l’orario in cui passerà : niente da fare, non esiste nessun orario esposto. Si va lì e si aspetta, sperando che non sia pieno e che si possa fermare. Altrimenti, si va di taxi o louage.

Ma il mio mezzo preferito rimane il Tgm, che ricopre la tratta Tunisi – La Marsa, la prima linea ferroviaria realizzata, che copre una tratta di 19 km. L’ho sempre trovata affascinante, non so spiegare realmente il motivo.

Ad ogni modo, senza ombra di dubbio, spostarsi con i mezzi pubblici in Tunisia aiuta a capire meglio il Paese, a scorgerne aspetti quotidiani, scontrandosi anche con le inefficienze a cui va incontro quotidianamente la popolazione locale.

Capitolo caffè : in Tunisia esistono diversi tipi di caffè e le prime volte per ordinare un caffè macchiato facevo una confusione pazzesca tra direct, capucin e capuccino. Ma questa è un’altra storia….

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